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Bossi divorato dallo stesso sistema politico che diceva di combattere

ROMA – Dicono che abbia pianto Umberto Bossi. Sì, proprio lui, che fino a poco tempo fa gridava nel prato di Pontida “La Lega ce l’ha duro”, l’uomo dall’ampolla magica che come uno tsunami voleva, a detta sua, cancellare con toni irriverenti la politica falsa e spergiura della prima repubblica e della ‘Roma ladrona’ che la rappresentava.

Che strano destino il ripetersi della storia. La tangentopoli dei finanziamenti illeciti ai partiti,  un tempo cavallo di battaglia del Carroccio, ora sta diventando il peggior incubo per il capo, una volta indiscusso, della Lega. Tra spese pazze,  silenzi, verità negate prima e poi confermate e infine confessioni di chi sapeva e di chi faceva finta di non sapere, ha praticamente cancellato in un batter d’occhio l’onorabilità del Senatur e dei suoi figli, i quali tutti appassionatamente dovranno rispondere ai magistrati di truffa aggravata ai danni dello Stato.

Un mare di soldi pubblici  che come un tempo hanno reso nuovamente l’occasione “ladra”.
Sono passati pochi anni da quella sera di aprile,  quando Bettino Craxi uscito dall’Hotel Rafael di Roma fu bersagliato da monetine e insulti. Correva l’anno 1993. Un epilogo inaspettato che segnò la  fine di un ciclo politico, ma, ahimè, sembra proprio che non scalfì le cattive abitudini di quel sistema politico.
A Bossi, invece, non succederà nulla di tutto questo. Nessun sesterzo con impresso Alberto da Giussano a cavallo verrà lanciato a lui e al suo figliol prodigo, perchè adesso i soldi bisogna tenerseli stretti, stretti visto la crisi economica in cui versano gli italiani, padani compresi.

L’alternativa l’ha già pensata l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, unico papabile alla guida del suo partito rinominato Lega 2.0,  che dopo aver dato il via all’operazione “piazza pulita” per estirpare il sangue infetto dalle vene leghiste, ha detto che da questo momento sarà la base a decidere. Insomma, basta dettami dall’alto. Anche all’imminente congresso durante il quale si deciderà il nuovo leader saranno i padani a dire la loro. “Non ci saranno candidature paracadutate dall’alto, né ai congressi nazionali né a quello federale. Chiunque vuole potrà candidarsi”, ha detto Maroni.
Sarà  sufficiente la cura maroniana  per un partito ancora moribondo a causa degli eventi che lo hanno travolto? Difficile a dirsi. Il popolo leghista dopo lo sdegno e la vergogna ha bisogno di sentirsi nuovamente protagonista di quella svolta epocale che forse adesso non convince neppure il più fervido militante.

Insomma l’unica vera strada percorribile per questo nuovo 2.0 sarebbe quella della tanto decantata trasparenza. Basterebbe mettere i bilanci a disposizione dei cittadini, facendo sapere a chiunque lo richieda qual’è il dare e l’avere in tempo reale, senza trucchi e senza inganni. Ma così sarebbero svelati subito i giochi di potere, ognuno potrebbe dare una sbirciatina su dove e perchè vanno a finire le piccole e grandi somme di denaro. Qualche tempo fa un uomo incazzato in camicia verde  da un palco verde allestito su un prato verde tuonava contro lo stato centralista: “Roma ladrona la Lega non perdona“, era diventato il suo slogan. Oggi lo stesso uomo tace, divorato dallo stesso sistema che lui diceva voler combattere.

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