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DAMASCO – Prende nuovamente le distanze dalla strage di Hula, Bashar Al Assad, e la definisce “abominevole” e “mostruosa”. Il Presidente alawita ha negato oggi qualsiasi coinvolgimento del Governo siriano nel massacro del 25 maggio, nel quale persero la vita 108 civili, di cui molti bambini, e ne restarono feriti altri 300.

La dichiarazione è stata data nella sede del Parlamento siriano, nel quale il Presidente non teneva un discorso da circa 5 mesi. Ma attualmente la situazione del Governo di Damasco si è fatta più a rischio: la guerra civile che va avanti da più di 15 mesi tra le forze alleate al Presidente e il Consiglio dei ribelli è sempre di più sotto l’occhio attento dell’Onu, il cui inviato Kofi Annan ha affermato proprio ieri che il mondo ha bisogno di vedere azioni e non sentire solo parole dal Presidente Assad. E tuttavia un’eventuale risoluzione Onu in merito alla Siria tarda ad arrivare. Ad impedirlo c’è la minaccia di veto della Russia, da sempre protettrice di Damasco e intenzionata a mantenere il controllo sul Medio Oriente ottenuto ai tempi dell’URSS, nonché della Cina, partner economica dell’Iran, unico alleato locale di Bashar Al Assad.

Nel suo discorso il Presidente Assad ha reso omaggio ai martiri civili e militari di Hula e, negando qualsiasi responsabilità, ha piuttosto accusato le forze straniere e il terrorismo islamico di essere all’origine della situazione. Il richiamo al complotto internazionale rappresenta una strategia della tensione tipica di molti dittatori arabi in fase di decadenza, funzionale alla raccolta di consensi con la creazione del nemico esterno. Ma per quel che riguarda il richiamo al terrorismo, non si può negare la presenza di frange almeno ufficialmente affiliate ad Al Qaeda nel territorio siriano. Si tratta della formazione che si raccoglie dietro la sigla Jabhat al Nusra. Tuttavia tale gruppo armato sembra poco legato all’organizzazione terroristica internazionale, e in passato concentrò i suoi attentati per lo più su edifici della sicurezza interna e non su obiettivi simbolici come tradizionalmente fa Al Qaeda.

C’è poi da ricordare che se gli osservatori internazionali accusarono subito Damasco del massacro di Hula fu per le caratteristiche specifiche di quell’attentato. Il generale Robert Mood, inviato dell’Onu, confermò infatti l’utilizzo di cannoni di carri armati, in quello che sembrava essere l’assalto ad una città da parte di un esercito. Tuttavia molti civili sembrerebbero essere stati uccisi da colpi di pistola e fucili automatici sparati a distanza ravvicinata. Le autorità siriane, nonostante le accuse e lo sgomento internazionali, rigettarono subito qualsiasi responsabilità, annunciando l’apertura di una commissione d’inchiesta per scoprire gli autori della strage.
I paesi confinanti alla Siria, Turchia e Arabia Saudita, nonché il Qatar hanno preso posizione contro il Governo di Assad. Dall’1 giugno il Consiglio Onu sui diritti umani sta infatti esaminando una risoluzione di condanna della Siria, presentata da Stati Uniti, Qatar e Turchia, allo scopo di condurre “urgentemente” un’indagine “globale, indipendente e senza restrizioni”. Inoltre il Qatar ha chiesto all’inviato Kofi Annan di stabilire un preciso calendario per l’applicazione del paventato piano di pace in Siria, sollevando l’ipotesi di un ricorso alla forza nel caso esso non venisse rispettato. Inoltre il Ministro degli Esteri Saudita, Al Saud Faysal, ha sollecitato la creazione da parte del Consiglio di sicurezza Onu di una “zona cuscinetto” allo scopo di proteggere la popolazione civile, accusando poi il regime locale di attuare delle “manovre di stallo” per guadagnare tempo. A febbraio poi Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Kuwait, riuniti nel Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), espulsero gli ambasciatori siriani dai loro paesi e chiusero le sedi di Damasco delle proprie ambasciate per denunciare “il massacro collettivo contro un popolo disarmato commesso dal regime di Assad”.

Certo non si può negare che tale asse mediorientale non si contrappone ad Assad con intenti del tutto disinteressati: si tratta infatti di nazioni sunnite, che nella Siria alawita vicina all’Iran si giocano l’egemonia islamica contro l’espansione sciita. E infatti due giorni fa il Governo di Teheran ha accusato Turchia, Arabia Saudita e Qatar di “servire gli interessi di Israele e Stati Uniti in Siria”, dimostrando nuovamente il proprio appoggio ad Assad.

Nel frattempo la guerra civile siriana propaga i suoi effetti nel confinante Libano, la cui politica è da sempre legata a Damasco. Proprio ieri in uno scontro armato a Tripoli tra milizie pro e contro Assad ci sono stati 7 morti e 30 feriti.

Ad oggi le responsabilità del regime di Damasco nella ripetuta violazione dei diritti umani sono più che comprovate. Quelle nella strage di Hula non lo sono. Il Presidente in carica all’Onu, Ban Ki Moon, per ora ha ottenuto solo l’entrata di una serie di osservatori internazionali nel territorio siriano. Lo scopo è quello di monitorare la tutela dei civili nonché di garantire il processo di pacificazione tra Governo e Consiglio dei ribelli, accordato lo scorso aprile. Tuttavia nessuna risoluzione Onu è stata possibile a causa delle spaccature già citate, e il “fronte occidentale”, di cui Assad si proclama vittima, sembra oggi incapace di definire una chiara linea di intervento a difesa della popolazione siriana. C’è poi molta confusione su come tale processo di pacificazione possa essere favorito dalle Nazioni Unite, e si teme che la guerra civile siriana possa tradursi in conflitto internazionale al pari di quella libica.

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