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Iran. Proteste contro la crisi economica. Il governo apre il dialogo sul nucleare

ROMA – La crisi economica iraniana cambia gli equilibri mediorientali. Dopo le proteste popolari, scoppiate a Teheran due giorni fa, la strategia statunitense delle sanzioni commerciali contro il colosso persiano sembra cominciare a funzionare.

È di oggi infatti la notizia dell’arrivo di una proposta del governo iraniano per risolvere la crisi nucleare in corso: un piano in nove passi che prevedrebbe la graduale riduzione della produzione di uranio. Il piano è stato tuttavia rifiutato dall’amministrazione Obama, che lo ha ritenuto inadeguato dal punto di vista delle garanzie: “il Governo iraniano potrebbe ricominciare il programma in un nanosecondo. – ha dichiarato al Washington Post uno dei tecnici di Obama – Inoltre non dovrebbe rispondere a nessuna domanda degli ispettori, mentre da parte nostra è richiesta la sospensione di sanzioni che necessiterebbero anni per essere imposte nuovamente”. E tuttavia gli Stati Uniti non hanno ancora presentato su un eventuale tavolo delle trattative delle richieste chiare.
Ma cosa è cambiato rispetto a qualche settimana fa, quando il Presidente iraniano Ahmadinejad non faceva che esplicitare l’opposizione tra il suo paese e il blocco Usa/Israele (arrivando anche a negare l’olocausto)? La crisi economica a cui è soggetto il paese da oltre un anno ha fatto esplodere esplodere le piazze. Il Rial, la valuta iraniana, nel corso del 2012 ha registrato una costante riduzione del proprio valore in rapporto col dollaro e con l’euro. La svalutazione della moneta, che questa settimana ha raggiunto il 40%, è stata percepita dalla popolazione col progressivo aumento del costo della vita, a partire da quello dei beni di prima necessità. L’inflazione ha infatti superato il 30%, e lo stesso Pil si sta riducendo sempre di più, mentre cresce vertigonosamente la disoccupazione (500-800mila posti di lavoro in meno negli ultimi 12 mesi).

Le sanzione dettate nel corso di quest’anno dagli Stati Uniti hanno attaccato principalmente le esportazioni di petrolio, di cui l’Iran era il maggior fornitore mondiale dopo l’Arabia Saudita. Tuttavia anche il sistema finanziario iraniano è stato messo sotto attacco: Washington ha infatti imposto il divieto alle banche occidentali di fare affari con la Banca Cantrale Iraniana. Si tratta di sanzioni largamente aggirate, come rivelò questa estate una inchiesta del dipartimento del Tesoro e della Giustizia americani, ma i cui effetti sul colosso persiano si sono comunque fatti sentire.
E tuttavia il Segretario di Stato Hillary Clinton ha minimizzato le responsabilità dell’embargo internazionale, affermando che del “crollo della moneta è responsabile il Governo iraniano. Le sanzioni hanno pure avuto un impatto ma potrebbero essere revocate in breve tempo qualora Teheran si impegnasse a trovare una soluzione nell’ambito del 5+1”. Effettivamente alla chiusura di alcuni mercati internazionali (Cina e Russia non hanno infatti aderito alle sanzioni, rafforzando piuttosto la propria relazione economica per il vuoto lasciato dall’Europa mediterranea) si aggiungono altri fattori: secondo alcuni osservatori infatti a concorrere all’ultima svalutazione ci sarebbe anche una tassa per gli importatori che il governo iraniano avrebbe fatto pagare in dollari su alcuni prodotti base. Inoltre il timore che la progressiva svalutazione del Rial avrebbe generato future insolvenze ha spinto i paesi vicini a ridurre le esportazioni in Iran. Tra gli stessi iraniani si è diffuso  poi l’acquisto sul mercato nero di valuta straniera: una progressiva sfiducia nei confronti del regime, dettata anche dalla paura per una possibile guerra con Israele, ha spinto la popolazione ad investire in dollari (diminuendo ulteriormente il tasso di cambio) nonché a  trasferire i propri beni all’estero.

Giovedì mattina il malcontento è esploso. Dopo una poco chiara chiusura dei cambiavalute e del bazar centrale di Teheran i negozianti hanno iniziato una serrata, trasformatasi velocemente nella manifestazione spontanea di alcune migliaia di persone, successivamente caricate dalla polizia. Le proteste sono rivolte contro il presidente Ahmadinejad, a cui i commercianti hanno intimato, nei loro slogan, “Abbandona la Siria e dai retta ai nostri problemi”.
Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha subito dichiarato che la protesta iraniana presagisce una futura “primavera persiana che seguirà la primavera araba”. Se tale ottimismo sembra alquanto precipitoso, fa tuttavia sperare in un cambio di prospettive da parte del governo Israeliano, che fino al mese scorso riteneva inutile la strategia delle sanzioni e puntava sullo scontro militare. Intanto si parla di nuovi blocchi economici diretti all’esportazione di gas iraniano, nuove armi contro la popolarità del presidente, sempre più isolato politicamente nel suo paese.

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