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Saldi della rinuncia. L’inconsapevole decrescita felice è alle porte

ROMA – Iniziano i saldi e già si parla di una riduzione drastica sugli acquisti. Codacons addirittura prevede un vero e proprio flop rispetto agli anni precedenti per colpa della recente tassa dell’Imu.

D’altra parte cosa mai dovrebbero acquistare gli italiani in un periodo costellato da incertezze croniche, da uno stato occupazionale costantemente a rischio, per chi un lavoro ce l’ha,  da cassaintegrazioni forzate, da salari da miseria, da pensioni da fame, da disoccupazione crescente, da tassazioni inique? E la lista potrebbe continuare se andiamo a spulciare anche i tagli che il governo Monti ha messo in cantiere con la spending review, a partire dalla sanità, arrivando alla scuola passando per il pubblico impiego, dove già si parla di migliaia di persone pronte ad aggiungersi alle fila dei disoccupati. Una macelleria sociale come non si era mai vista in Italia e approvata in un colpo solo con l’appoggio incondizionato di una maggioranza e un’opposizione oramai in balia degli eventi, assuefatti da un governo che di tecnico non ha più nulla.

Fanno sorridere i pronostici della Confcommercio che prevedono un calo della spesa nel periodo dei saldi, specie nel settore della moda, quando proprio ieri i dati Istat parlavano addiritura di forte flessione nel settore alimentare. Insomma i soldi degli italiani sono finiti e Monti obbliga a trovare gli ultimi spiccioli grattando dal fondo.
E’ chiaro che le previsioni si azzardano osservando i dati degli anni precedenti, ma mai come in questo periodo gli italiani hanno imparato il verbo “rinunciare”.  Forse l’unica nota positiva di questa crisi è che finalmente ci libereremo dei soliti acquisti superflui dettati dalla moda del momento o dal quello strano senso di frustrazione che affligge milioni di persone  affette dall’emulazione televisiva delle subdole e false pubblicità.

Insomma, considerando che un po’ alla volta la stragrande maggioranza degli italiani uscirà dalla soglia del Pil senza accorgersene,  il momento potrebbe provocare una sorta di inconsapevole “decrescita felice” dove trionfa l’essenziale e il conseguente rispetto per l’ambiente e per lo sviluppo culturale dell’uomo. Ma non sarà così facile, perchè è necessario – come insegna Serge Latuche –  decostruire l’ideologia della felicità quantificata della modernità. Insomma per dirla in parole povere bisogna cambiare l’idea del vivere e del consumare che abbiamo adottato finora, perchè siamo al centro di una società basata sui consumi che però è entrata profondamente in una crisi perenne in cui si continua a produrre al minor costo possibile, tagliando posti di lavoro già esistenti e danneggiando ulteriormente l’ambiente. Il problema è che non c’è più chi compra perchè chi lo poteva fare prima adesso non lo può più fare. Insomma, come un cane che si morde la coda.  L’Italia in questo momento ha solo una strada percorribile che è quella della cultura, forte del suo patrimonio artistico, il 62% a livello mondiale, ereditato dalle civiltà antiche. Scelte che la maggior parte dei governi ha volutamente ignorato. Non ultimo il governo Monti che pur di rispettare le economie che hanno provocato la crisi, non si è accorto che sta innescando uno scontro sociale da cui è probabile non ne usciremo più.

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