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L’opinione pubblica si sveglia, ma quante sono le Pussy Riot nel mondo?

ROMA – Ormai il verdetto pronunciato contro il gruppo punk delle Pussy Riot è cosa nota. Una  condanna così spropositata per un gesto che nelle “democrazie” dovrebbe di fatto rientrare  nel sacrosanto diritto di essere liberi di esprimersi, di manifestare, di criticare.

Con che coraggio si può ancora parlare di paesi democratici, di stato di diritto e soprattutto di libertà di espressione, sancita nel 1948 a chiare lettere nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo con ben due articoli che la rammentano.

Invece quello che si respira nel pianeta  è tutt’altra cosa, specie quando vai a toccare i cosiddetti poteri forti; guai a metterli in discussione, perchè potresti finire male.

Non sappiamo cosa succederà in questi due anni di pena inflitta alle tre ragazze “ribelli”, di cui vogliamo ricordare ancora una volta i nomi: Nadezhda Tolokonnikova, Yekaterina Samutsevitch e Maria Alyokhina. Bisognerà vigilare, perchè le carceri generalmente, specie quelle dell’ex Unione Sovietica, sono un mondo nel mondo dove nell’oscurità può succedere tutto e di più.
Sappiamo, invece, benissimo che i tre volti di queste musiciste sorridenti, un po’ testarde, ma orgogliose di riconoscere i loro ideali e ora impaurite dall’ingiusto destino che le ha travolte, hanno scosso l’opinione pubblica. Con i loro sguardi preoccupati dentro la gabbia degli imputati   del Tribunale distrettuale di Mosca, dove la giudice Marina Syrova ha letto la sentenza di colpevolezza, ci hanno ricordato che la democrazia non è di questo mondo e che la loro vicenda è solo la punta dell’iceberg di un diritto sacrosanto che affligge l’umanità, ovvero la libertà di espressione.
Le Pussy Riot non hanno lanciato bombe, non hanno neppure scritto articoli che di verità ne avevano da vendere come quelli di Anna Stepanovna Politkovskaja uccisa nel 2006, bensì hanno cantato la loro musica di protesta, esattamente come fanno molti e tanti altri fecero in passato prima di loro, con toni anche più irriverenti. Niente di più.
Lo sanno bene i pubblicitari, i creativi della tivù spazzatura,  i benpensanti strapagati dalle multinazionali che sviluppare nelle masse il senso critico è più pericoloso di una guerra atomica, perchè di fatto è già un atteggiamento rivoluzionario verso il mondo che ci circonda e per questo bisogna sopprimerlo sul nascere.
Il messaggio della sentenza è altresì molto chiara, ovvero ne punisco uno per educarne cento. Perchè dopo questa condanna la Russia sembra di ripiombare inevitabilmente nella paura atavica dei pedinamenti dei servizi segreti, delle irruzioni durante le fredde mattine moscovite e negli sfiancanti interrogatori come successo ieri all’ex campione mondiale di scacchi Garry Kasparov, reo da aver espresso solidarietà alle compnenti del gruppo punk.

Insomma sembra non sia cambiato nulla. Esattamente come succede ancora in altri paesi.
Basterebbe leggere il recente rapporto di Amnesty International per avere un’idea di quanto sia negata nel mondo la libertà d’espressione.
In almeno 91 paesi non esiste proprio e come è successo alle Pussy Riot si rischia il carcere nei casi migliori o le torture, se non addirittura la condanna a morte. Solo nel 2011 milioni di persone hanno manifestato con l’intento di pretendere libertà, giustizia e dignità e molti di loro – Amnesty parla di almeno 20mila durante lo scorso anno – sono prigionieri nei bracci della morte, altri sono stati condannati alla pena capitale, altri ancora sono spariti improvvisamente inghiottiti dal buio delle tenebre.
E non è tutto. Altri casi vengono alla luce molti anni dopo, quando il coraggio di parlare ha sconfitto le ultime resistenze. Perchè manifestare in certi paesi, democratici e non, è semplicemente una questione di vita o di morte. C’è solo da sperare che la vicenda delle Pussy Riot alimenti la consapevolezza che la libertà di espressione non è un optional per pochi eletti.

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