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Cgil. Da piazza San Giovanni il grido della protesta, vietato arrendersi

ROMA – “Non siamo soli, non siamo più isolati”.

E’ questo il sentimento che si legge negli occhi dei lavoratori e della lavoratrici che oggi hanno affollato piazza San Giovanni alla manifestazione nazionale della Cgil: “Il lavoro prima di tutto”. Una giornata in cui il dialogo tra i protagonisti principali diventa un punto importantissimo di aggregazione per discutere le tante realtà sociali schiacciate da una crisi economica che non risparmia nessuno, specie le fasce sociali più deboli.
Neppure le migliaia di lavoratori delle piccole imprese, quelli di cui si continua a parlare poco perchè i numeri sono così bassi da non fare notizia.
Perchè tra il milione  e mezzo di disoccupati e le centinaia di migliaia di cassaintegrati ci sono anche loro.
Come Ottavio, 37 anni dalla provincia di Venezia, che lui un lavoro ce l’aveva fino a pochi mesi fa, ma poi la sua azienda di appena 12 operai ha chiuso. “Basta con le ordinazioni delle stoffe che confezionavamo per i tendaggi esterni”, ci ha confidato con l’amarezza di chi ha perso tutto. “Adesso anche qui è la Cina a far da padrone. Chi l’avrebbe mai detto che anche noi nella nostra regione, che durante il boom del Nord-est aveva il Pil più alto della Grecia, saremmo finiti così. Senza stipendio e senza dignità e con la vergogna di raccontare la realtà a cui siamo costretti tutti i giorni.”

E non è da meno la storia di Vincenzo da Reggio Calabria, che dopo 35 anni di lavoro una pensione se l’era guadagnata, 890 euro,  ma ora è diventata talmente esigua che la vita dignitosa di prima si è volatilizzata.  Anzi, deve pure aiutare il figlio disoccupato che da mesi non riesce a trovare neppure i cosiddetti lavori umili, quelli che un tempo –  si diceva – gli italiani non volevano fare . “Ho solo una fortuna – ci dice Vincenzo – . Sono proprietario di una casa con l’orto e questo mi permette per lo meno di sfamare me e i miei cari.  Ma quanto potrò andare avanti in questa situazione?”
Sonia, invece, di appena 28 anni, un lavoro l’aveva trovato dopo la laurea in economia aziendale. “Certo con partita Iva, come consulenza finanziaria esterna” , ci racconta. Poi però anche la piccola società per cui lavorava non ha più potuto pagarle la sua spettanza e, visto che per lei la cassa integrazione non era contemplata,  è finita nel calderone dei tanti disoccupati in attesa di un’opportunità che le consenta di crearsi un futuro. “Credo poco nell’avvenire, ma il fatto di trovarci qui tutti assieme raccontando ognuno la sua realtà può aiutare e aiutarci a capire meglio come uscire da questa situazione. E, possibilmente ad agire con unità d’intenti per trovare una via alternativa e abbattere questa crisi. Insomma voltare pagina in tutti i sensi. D’altra parte – dice Sonia – la politica si è rivelata fallimentare ed è così lontana da noi che da qualche parte bisogna pur ripartire. E qui lo stiamo facendo dal basso”.

Insomma la parola “arrendersi” in questa giornata di lotta è come fosse stata cancellata, perchè i tanti volti che oggi si trovano a Piazza San Giovanni, giunti dall’estremo Nord al profondo Sud, non hanno voglia di gettare la “spugna”. Lavoratori e lavoratrici, disoccupati e cassaintegrati, esodati e in cerca di un lavoro stabile. E’ questa l’Italia reale, quella che cerca di sopravvivere rispondendo alla chiamata di partecipazione che oggi la Cgil ha lanciato come una sfida al futuro.

Tra i tanti stand regionali c’è anche Vittorio di Cagliari, 42 anni, cassaintegrato da una piccola azienda del settore tipografico chiusa per mancanza di committenze. “Ingloriosa fine, dopo 20 anni di lavoro”, ci racconta. “Chi fa politica dovrebbe trascorrere almeno una settimana al mese in mezzo a noi, quelli che se non avessero un parente, un genitore, un amico che li aiuta, sarebbero sotto un ponte oppure per le strade ad elemosinare qualche centesimo”.
“In Italia si parla tanto e si fa poco. Il vero problema è che la realtà di questo Paese  bisognerebbe toccarla con mano prima di dar fiato alla voce, anzi viverla almeno per un giorno per rendersi conto qual’è il vero significato e anche il valore delle nostre esistenze. Mi viene in mente una frase di Bukoski in questo momento  – racconta Vincenzo prima di congedarsi – . “Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare”. E in questo caso i poveri siamo noi”.

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