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USA verso il voto. Sistema elettorale indiretto sempre segnato da alta l’astensione

ROMA – A due giorni dall’election day che vedrà Barack Obama e Mitt Romney contendersi l’lezione alla Casa Bianca, facciamo chiarezza sul sistema elettorale americano, di certo un po’ complicato rispetto a quelli più vicini alla nostra tradizione.

Utile anche proprio mentre impazzano i sondaggi  che vedono i due candidati, Obama e  Romney, in sostanziale parità e che si muovono su due binari: quello del voto nei singoli stati e quello più generale relativo all’orientamento dei singoli cittadini.
Per comprendere bene il sistema elettorale USA innanzitutto bisogna calarsi nella realtà in cui i padri costituenti americani lo definirono. Si trattava infatti di un momento storico, quello della fine del ‘700, in cui l’idea di democrazia era piuttosto elitaria, quasi aristocratica. I cittadini americani, neo-indipendenti dalla madrepatria britannica, ne ricalcarono comunque le istituzioni: un presidente che ha quasi i poteri di un re, e un gruppo scelto di grandi elettori su un modello oligarco-aristocratico.
Tecnicamente, il sistema elettorale americano è indiretto. Non sono infatti i cittadini ad eleggere direttamente il presidente, ma 538 cosiddetti grandi elettori divisi nei Collegi elettorali. Il sistema del Collegio elettorale si basa sull’idea che l’elettore esprimendo il suo voto in realtà non vota il candidato presidente ma una serie di grandi elettori, a lui collegati, che lo voteranno per la Casa Bianca in un secondo momento.
Ogni Stato, indipendentemente dalle dimensioni demografiche, ha diritto a due grandi elettori: ad essi si sommano tanti altri elettori quanti sono i deputati inviati alla Camera e al Senato, attribuiti su base proporzionale rispetto alla popolazione.
Così i piccoli Stati, come accade anche nel sistema di voto dell’Unione Europea, sono relativamente sovra rappresentati rispetto alla popolazione: il Vermont (circa 600.000 abitanti) ha tre voti elettorali e la California (35.000.000 di abitanti) ne ha 55. Al candidato Presidente serve dunque il favore di 270 grandi elettori, per aprirsi le porte della Casa Bianca.
E’ opportuno notare come nella storia recente delle presidenziali americane, dagli anni settanta ad oggi, ci siano stati solo tre singoli casi di tradimento di grandi elettori, perlopiù mediante un voto dato al vicepresidente del medesimo schieramento in segno di protesta rispetto al partito.
Sebbene i sondaggi prendano in considerazione l’intera popolazione statunitense su una base proporzionale, ciò che conta ai fini elettorali è il singolo Stato. Da qui, spesso, la difficoltà di interpretare gli esiti del voto, basandosi solo sui sondaggi pre-elettorali.
I voti si contano, dunque, Stato per Stato, col sistema del “winner takes all”: i voti ai grandi elettori vengono aggiudicati all’interno di ciascun stato con un sistema maggioritario secco, per cui chi prende anche un solo voto in più dell’avversario, si aggiudica tutti i voti dell’intero Stato. Fanno eccezione Nebraska e Maine, gli unici due stati che hanno scelto di assegnare i loro voti elettorali, rispettivamente cinque e quattro, con il sistema proporzionale.
In caso di parità tra i due candidati all’interno del Collegio elettorale, la decisione viene demandata alla Camera dei rappresentanti che sceglie il presidente fra i tre candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti elettorali. La delegazione di ciascuno stato alla Camera dove esprimere un solo voto, e se non riesce ad avere una maggioranza al suo interno, il suo voto non verrà conteggiato.
E’ importante sapere che la Costituzione USA prescrive solo tre requisiti per un candidato presidente: almeno trentacinque anni di età, che sia nato negli Stati Uniti e che vi risieda da oltre quattordici anni. Viene disciplinato per legge anche il giorno delle elezioni: il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre quattro anni dopo l’ultima elezione del presidente
Il diritto al voto è garantito a tutti i cittadini che hanno compiuto diciotto anni di età e che sono iscritti nelle liste elettorali.
Un dato che fa riflettere è quello relativo alla percentuale, elevatissima, degli astenuti: negli ultimi trent’anni, la percentuale dei votanti nelle elezioni presidenziali ha superato il 55% degli aventi diritto solo nel 2004 (56,7) e in un caso è scesa al 49%. Nelle elezioni congressuali, quando non coincidono con le presidenziali, la percentuale di partecipazione non è mai arrivata al 40% dal 1974 in poi.

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