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Italia. Industria sempre peggio. Fisco. In 12 anni ci ha steso

ROMA – L’Italia sembrerebbe essersi avviata a percorrere fino in fondo, o fino a dove gli italiani permetteranno al Governo di andare, la spirale che lega le misure restrittive di bilancio e l’acuirsi della crisi.

Maggiori tagli e maggiori tasse innescano infatti una riduzione della dinamica economica del paese “costringendo” l’esecutivo a rimettere in campo nuovi tagli e nuove tasse.
Anche oggi due dati fotografano questo andamento ed il suo rischio, da una parte l’Istat pubblica altri  numeri nerissimi sull’andamento dei fatturati industriali e dall’altro lato la Confesercenti lancia l’ennesimo allarme sull’eccessiva pressione fiscale esistente in Italia

Istat. I fatturati continuano a scendere

Secondo quanto pubblicato oggi dall’Istat nel corso del mese di settembre il fatturato dell’industria, al netto della stagionalità, registra una riduzione del 4,2% rispetto ad agosto, con una diminuzione del 3,7% sul mercato interno e del 5,3% su quello estero. Nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo registra una flessione dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti.
Il dato corretto per gli effetti di calendario, ovvero per il diverso numero di giorni lavorativi di settembre 2012, 20, e di settembre 2011, 22, relativo alla variazione tendenziale, ovvero alla variazione percentuale rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, da’ il fatturato totale in diminuzione del 5,4%, con un calo, ma forse la definizione migliore sarebbe ‘crollo’,  del 7,7% sul mercato interno ed un calo, questo si,  dello 0,1% su quello estero.
Sempre secondo i dati Istat nel confronto con il mese di settembre 2011, l’indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 12,8%.
Ogni forma di ottimismo è bandita dall’ultima nota introduttiva dell’Istituto di Statistica “In nessun settore l’indice grezzo degli ordinativi mostra miglioramenti. La diminuzione più consistente si registra nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-18,4%). “

Confesercenti. La pressione fiscale strangola

Secondo l’associazione di categoria sarebbero oltre 103 miliardi di euro gli aumenti netti d’imposta avvenuti in dodici anni, tra il 2001 e il 2012.
Il dato medio dell’incremento parla quindi di quasi 9 miliardi in più per ciascuno dei dodici anni trascorsi dal 2000 ma è un dato che non permette una lettura cosciente dell’andamento e delle responsabilità di questa impennata.
Dall’analisi della Confesercenti sulle manovre di finanza pubblica succedutesi nel nostro paese dalla fine del 2000 risulta infatti come la pressione fiscale sia passata da un iniziale 41,3 % del 2000 fino al 44,7% del 2012 ma la vera impennata è avvenuta solo nel 2012 quando la pressione è aumentata di ben 2,2 punti rispetto all’anno precedente, il 2011, quando la pressione era ‘appena’ del 42,5 %.
1,2 % in 11 anni e 2,2 in un solo anno è stato quindi lo stacco che si sono accollati i cittadini italiani con l’approdo a Palazzo Chigi del Governo Monti.
Da un anno all’altro gli italiani avranno versato in tasse circa 35 miliardi in più, per effetto della somma di manovre e manovrine che sono piovute sul groppone dei cittadini da metà 2011. Un aggravio calcolato in circa 1.450 euro di aggravio per ciascuna famiglia.
Per Confesercenti è particolarmente impietoso il confronto internazionale che ci colloca al terzo posto fra i 27 paesi dell’Unione Europea, alle spalle delle sole Danimarca e Svezia e  con un distacco di ben 5 punti rispetto alla pressione fiscale media. Se il prelievo in Italia si abbassasse a quello medio europeo ogni famiglia italiana disporrebbe di un reddito netto aggiuntivo di 3.400 euro, ossia quasi 10 euro al giorno, più che sufficienti per veder ripartire i consumi.
Ed il futuro, osserva ancora Confesercenti, sarà peggiore, soprattutto in assenza di una improbabile0 ripresa dell’economia. Sempre secondo le stime del Governo, infatti, nel 2013 la pressione fiscale aumenterà ancora, portandosi al 45,3%.
La denuncia di Confesercenti è chiara ‘La pressione fiscale è insostenibile ed è diventata il maggior ostacolo alla ripresa della crescita economica. Distrugge imprese e posti di lavoro, senza peraltro essere in grado di fermare l’avanzata del mostro rappresentato dal debito pubblico’.

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