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L’assedio di Gaza. Le vere ragioni del conflitto

ROMA – Il sesto giorno di battaglia nella Striscia di Gaza è ancora in corso e tutti gli interrogativi, le ansie e le speranze sul futuro restano immodificate.

Da ieri, domenica, si susseguono le anticipazioni di una possibile tregua: le ha fatte il Presidente egiziano Mohamed Morsi, il Presidente USA Barack Obama, e via via molte altre autorità in tutta la comunità internazionale.
Non le hanno fatte però le parti in causa, e la realtà è quella che abbiamo davanti agli occhi: morti, scontri, tensione crescente.Ancora una volta, la sensazione è che le popolazioni coinvolte, i palestinesi di Gaza e gli israeliani del sud, siano piccoli ingranaggi di un sistema molto più grande di loro.Desta infatti molte perplessità l’atteggiamento del governo Netanyahu, che sembra seguire un canovaccio preciso, piuttosto che rispondere ad una minaccia terroristica emergente.
Se è vero infatti che Israele, e i suoi insediamenti prossimi alla Striscia di Gaza, sono oggetto frequente di atti terroristici – perlopiù lanci di razzi a corta gittata – ad opera di Hamas e delle milizie ad essa collegate, la “risposta” di Israele non può considerarsi commisurata.
L’esercito di Tel Aviv, infatti, ha dapprima colpito un obiettivo individuale, con l’assassinio del leader delle Brigate Ezzedin al-Qassam, Ahmed Said Khalil al-Jabari. Ed è poi passato ad azioni sistematiche di smantellamento di infrastrutture clandestine – i famigerati tunnel mediante cui Hamas fa passare, tra l’altro, rifornimenti militari di quasi certa provenienza iraniana -, ma anche civili. Da ultimo la presa delle infrastrutture radio-televisive di Gaza.Il tutto con una potenza di fuoco che ha lasciato dietro di sé una scia di sangue innocente. Il rifiuto di una tregua da parte israeliana sembra dunque legato alla necessità di portare a compimento un’azione militare ben più strutturale di quanto invece viene dichiarato o giustificato con l’emergenza contingente.
Non vanno inoltre tralasciati altri elementi fondamentali della vicenda. Il governo di Benjamin Netanyahu è infatti agli sgoccioli: poco più di un mese fa, il premier ha indetto elezioni anticipate – probabilmente per fine gennaio, inizi di febbraio 2013 – a causa dell’erosione della coalizione che lo sostiene. Un governo dunque dimissionario, che ha bisogno di consensi e che soffre proprio per la crescita della destra estrema, integralista e interventista.Governo che ha però incassato l’immediato – forse preventivo? – appoggio degli USA per l’azione militare. Gli stessi USA che, per bocca del  Presidente Obama, ventilano ora con un po’ di imbarazzo la possibilità di una tregua.
Sembra dunque che ci sia più realpolitik in questa vicenda che legittima difesa.
Dall’altro lato del conflitto, restano martoriati i civili palestinesi, che spesso fanno da scudo al fanatismo integralista. E lo fanno sia idealmente, diventando le pedine del gioco di Stati stranieri e gruppi di potere che alimentano il proprio consenso estremista soffiando sul fuoco del conflitto israelo-palestinese.
Ma, purtroppo, lo fanno anche materialmente, nascondendo nelle loro case armi, munizioni e persino i rudimentali lanciamissili utilizzati dai fanatici che promettono loro un futuro di libertà.
Ancora una volta la battaglia di Gaza valica i confini della Palestina e mette a dura prova la stabilità e la pace nella Regione, così come nel mondo.

 

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