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GENOVA – Alla fine anche “Rivoluzione Civile” si è adeguata. Ha deciso tutto nelle segrete stanze romane adattandosi alle pratiche, a voce tanto condannate, del Porcellum. La logica dei nominati ha segnato non solo le candidature presentate dai partiti ma anche quelle della società civile scelte tutte dall’alto.

Alcune di queste sono ampiamente meritevoli e stimabili, penso ad esempio per citare un solo nome a Gabriella Stramaccioni direttrice di Libera; ma il problema è il metodo.
In particolare e’ stato ignorato il percorso dell’appello “Cambiare si può’”, il primo che ha promosso il progetto di una lista alternativa al montismo per le elezioni e a cui lo stesso Ingroia aveva  fatto riferimento. in più occasioni, nel lanciare il suo progetto. Purtroppo, nonostante le assicurazioni date più volte e ancora  il 7 gennaio dallo stesso candidato premier alla delegazione di Cambiare si può di rispettare le indicazioni dei territori, nessuno dei nomi indicati dal centinaio di assemblee svolte è stato collocato in una posizione di eleggibilità.
La delusione è alta in particolare per chi è stato tra i promotori dell’appello Cambiare si può  e tra coloro che si sono battuti nel referendum interno (tra i circa 13.000 sostenitori all’appello) affinché quell’esperienza proseguisse a fianco di Ingroia e dei partiti interessati.

Rimango convinto della necessità di costruire un progetto che metta insieme i militanti dei partiti anti liberisti, il mondo della società civile, dell’associazionismo e del movimento sindacale che ogni giorno si impegnano nelle lotte sul territorio e nei posti di lavoro. Ma purtroppo la realtà si sta mostrando molto diversa.
Sul  piano del metodo della formazione delle liste nessuna delle garanzie forniteci dal candidato premier è stata rispettata.
La partecipazione democratica dal basso ne esce totalmente mortificata. Non e’ stato mostrato alcun rispetto per le migliaia di donne e uomini che in tutta Italia hanno partecipato a costruire questo percorso.
Ed è altresì grave che nessuno dei rappresentanti delle forze politiche, presenti al tavolo dove tali decisioni sono state assunte, abbia sentito il dovere di interrompere le nomine spartitorie dichiarando pubblicamente la propria contrarietà a tale metodo.
Se veramente crediamo che debba esserci una corrispondenza  tra i fini dichiarati e i mezzi scelti per raggiungerli, se siamo convinti che le nostre scelte quotidiane debbano dare l’immagine della società che desideriamo costruire, non c’è dubbio che si è partiti con il piede sbagliato.

Il caso Milano
Quanto avvenuto a Milano non è dissimile da quanto si è verificato in tutt’Italia, ma forse è il caso più clamoroso considerato che l’assemblea di Cambiare si può, riunitasi l’8 gennaio, convocata in modo pubblico attraverso spot radiofonici, aveva visto la partecipazione di oltre 500 persone che avevano indicato quasi all’unanimità, con 463 voti, i nomi per la testa di lista ed il sottoscritto come capolista al n.2 dopo Ingroia.
Tali indicazioni sono state del tutto ignorate dal tavolo romano ed il risultato finale è una testa di lista senza alcun candidato proveniente dal territorio milanese, dove al secondo posto dietro ad Ingroia è stato imposto Favia, al terzo Di Pietro, il primo “milanese” è al decimo posto.
Per la prima volta nella storia della Repubblica la sinistra milanese non ha la possibilità di eleggere al parlamento un proprio rappresentante, come se in tutti questi anni nulla si fosse mosso in questo territorio, non una vertenza sociale, non una lotta o un movimento.
Nessuno ha ritenuto fosse necessario spiegare ai cittadini milanesi che hanno partecipato alle assemblee di “Cambiare si può” perché siano stati completamente esautorati da ogni decisione,  nonostante gli impegni presi dallo stesso Ingroia.

Un veto pubblicamente inconfessabile all’ombra del G8
In specifico, di fronte alla proposta della mia candidatura, Ingroia inizialmente ha affermato che non era proponibile avendo già svolto nel passato un mandato parlamentare europeo, risposta risibile di fronte ai tanti parlamentari, assessori e consiglieri regionali candidati e ancora oggi in carica (Favia docet)  e poi ha affermato, in più occasioni, che nei miei confronti c’è un veto.
Ho chiesto due volte per mail e sms ad Ingroia di sapere chi poneva il veto, perché e come mai lui accettasse (o condividesse ?!) tale veto. Non ho mai avuto risposta.
Posso quindi solo ipotizzare, non riuscendo a trovare altra ragione, che il veto sia da collegarsi all’incessante impegno che per 11 anni ho esercitato nel richiedere giustizia e verità sui fatti di Genova ed in particolare nelle accuse precise e documentate contro i massimi vertici della polizia  contenute nel libro, scritto con Lorenzo Guadagnucci, “L’Eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova” con il quale da due anni giro l’Italia con 154 presentazioni fatte fino ad ora. Forse non è un caso che anche Lorenzo, proposto come capolista dall’assemblea di Firenze, sia stato cancellato dalla testa di lista.
D’altra parte non è un mistero la vicinanza di alcune componenti, e di alcune persone più che influenti in Rivoluzione Civile, agli ambienti da noi indicati come i responsabili di quanto avvenuto nel luglio 2001 a Genova (e posti sotto accusa e condannati nei tribunali), e d’altra parte è sotto gli occhi di tutti la presenza nelle liste di candidati che su quelle vicende hanno assunto posizioni diametralmente opposte a quelle dei movimenti.
Da parte mia posso solo difendere ancora una volta la coerente battaglia, condotta insieme a tanti, per la verità e la giustizia. Non mi pento di averla fatta.

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