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Scrittori. Aldo Nove: “Woobinda denuncia il berlusconismo alla nascita”

Aldo Nove, pseudonimo di Antonio Centanin, è uno scrittore e poeta italiano.

Nel 1996, dopo la laurea in filosofia morale, scrive Woobinda e altre storie senza lieto fine, edito da Castelvecchi e ripubblicato da Einaudi nel 1998 con il titolo Superwoobinda. Con il racconto Il mondo dell’amore, pubblicato nell’antologia Gioventù cannibale (Einaudi 1996) viene collocato dalla stampa nella famiglia di genere pulp dei cosiddetti “Cannibali”, che annovera, tra gli altri, Niccolò Ammaniti. Negli anni successivi Nove si interessa alle questioni sociali legate al precariato e alla flessibilità. Edoardo Sanguineti lo inserisce, insieme a Tiziano Scarpa e a Giuseppe Caliceti, nel suo Atlante del Novecento Italiano, ponendoli a chiusa del “secolo delle avanguardie” della letteratura italiana. Lo ha intervistato per Dazebao Valentina Marchetti

D. Quale il Suo libro preferito quand’era ragazzo?

A.N. Diversi. Potrei dire, su tutti, “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Le 120 giornate di Sodoma” di Sade e “Somiglianze” di Milo De Angelis. 

D.Quali le Sue influenze letterarie? C’è uno scrittore in particolare cui è legato, che per Lei è un “modello”?

A.N. Sono molteplici. Mi hanno influenzato specialmente la poesia italiana del secondo Novecento e le avanguardie storiche, dal dadaismo alla Pop Art ma anche, prima, il linguaggio scabro e potente dei tragici greci.

D.Come nasce “Woobinda e altre storie senza lieto fine” poi diventate con la ripubblicazione  di Einaudi “Superwoobinda”?

A.N. “Woobinda” nasce dalla mia necessità di denunciare il berlusconismo alla sua nascita, il rincretinimento collettivo e la perdita di valori di cui adesso, dopo vent’anni, stiamo pagando tutti gli effetti mortali. 

D. Lei è uno dei più importanti scrittori inseriti all’interno del gruppo dei “Giovani cannibali”. Quanto è stata fondamentale per Lei quest’esperienza? E’ stato difficile (se lo è stato) dedicarsi ad altro, smarcarsi da quel tipo di scrittura?

A.N. Sono felice di essere stato inserito in quella “corrente” di persone unite dalla necessità di descrivere il presente svecchiando la lingua. Personalmente non mi è stato difficile smarcarmi, evolvere è un’esigenza naturale. Più difficile avere a che fare con giornalisti e critici pigri, o con pochi strumenti. 

D.”Amore Mio Infinito” rappresenta  probabilmente in questo senso una nuova fase, un cambiamento.

A.N. Ogni cosa che scrivo, spero, rappresenta un cambiamento. Altrimenti considero il lavoro fallito, o puro mestiere, cosa che mi dà un grande tristezza. 

D.Come e quando nasce questo Suo romanzo?

A.N. Nasce da una serie di abbozzi di racconti in cui descrivevo le prime volte in cui mi sono innamorato e su cui ho rimesso mano parecchie volte, fino a che non ha raggiunto la forma del libro, cioè di qualcosa di prossimo a un romanzo. 

D.Lei si è occupato di questioni legate al precariato in un Suo romanzo, precisamente con “Mi Chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese”. Quando è nato questo libro? In che modo avvicinato a questa delicata e attualissima questione sociale?

A.N. E’ nato nel 2003, quando piano piano il lavoro svaniva o si proponeva in forme nuove e disumane, ma se ne parlava poco. Del resto con gli anni mi accorgo sempre di più che i problemi si affrontano solo quando ne siamo completamente sommersi.

D.C’è qualcosa che a livello lavorativo, non ha ancora avuto modo di fare e vorrebbe realizzare?

A.N. Un film da un mio libro. 

D.Com’è una Sua giornata “tipo”? Quando inizia a scrivere? Quando le viene in mente un’idea nuova?

A.N. Non ho orari ad esclusione del mattino che per me è proibito: posso svolgere lavori manuali, rispondere alla mail etc., ma non sono lucido. Le idee vengono quando vogliono loro, e si sviluppano davanti al foglio bianco, assieme all’ansia di riempirlo.

 

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