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Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon Levitt, Hal Holbrook, David Strathairn, James Spader, durata 150’, distribuito nelle sale dal 24 gennaio 2013 da 20th Century Fox

ROMA – Erano anni che Steven Spielberg cercava di portare in scena una pellicola interamente dedicata al presidente Lincoln e alla sua politica abolizionista. Sin dal 1997, con il sottovalutato Amistad, si poteva intuire quanto il regista statunitense fosse interessato a parlare di Guerra Civile e di schiavitù. Finalmente, nel 2012, dopo essere riuscito ad avere Daniel Day-Lewis come protagonista, ha realizzato il suo sogno.
Lincoln, proprio per il coinvolgimento emotivo del regista, è una pellicola chiave nella sua carriera. Molto superficialmente il nome Spielberg è considerato sinonimo di puro cinema d’intrattenimento (le saghe di Indiana Jones e Jurassic Park, i film di fantascienza). Eppure in molti suoi film si può notare come egli cerchi di raccontare, sia pure con spirito patriottico e sana retorica, la Storia del suo paese (il già citato Amistad, Il colore viola, Salvate il soldato Ryan) o della sua cultura (Schindler’s List, Munich).  Il suo Lincoln, dunque, non è altro che l’ovvio risultato di quest’amore verso il racconto/recupero delle proprie radici. Spielberg, infatti, realizza un’opera didattica, che tanto ricorda le “lezioni” fatte da Roberto Rossellini con La presa del potere da parte di Luigi XIV o Anno Uno. Insieme allo sceneggiatore Tony Kushner, il regista vuole seguire integralmente i lavori congressuali che hanno portato all’approvazione del tredicesimo emendamento (l’abolizione della schiavitù), non limitandosi a raccontare i dissidi politici, i dibattiti violenti e tutte le manovre poco legali (corruzione, minacce, spoil system) che hanno portato gli uomini di Lincoln a raggiungere tale storico risultato. Mostrare il lato oscuro della democrazia americana, in aggiunta alla rappresentazione del difficile privato del presidente, non ha poi lo scopo di diminuire la figura di Lincoln, anzi, al contrario, riesce a consolidare ulteriormente la sua aurea sacrale, in una sorta di culto civile verso un santo laico della nazione.
Arrivati a concentrarci sulla figura di Lincoln, non possiamo esimerci dal fare un’attenta riflessione sul lavoro compiuto dal suo attore protagonista, l’immenso Daniel Day-Lewis. L’attore britannico, infatti, dimostra ancora una volta di aver raggiunto una maturità artistica e una tale perfezione tecnica da renderlo un interprete unico, impossibile da categorizzare insieme ai suoi colleghi. Dire banalmente che, a oggi, Day-Lewis sia il miglior attore in attività è un’iperbole pretestuosa, inadatta a sintetizzare il mestiere e la bravura dell’interprete. L’attore premio Oscar, conosciuto da tutti come un fanatico dell’immedesimazione totale nel personaggio, a ogni nuovo ruolo fa un passo successivo verso quello che sembra essere il suo obiettivo finale, la completa adesione tra attore e maschera. E’ interessante, poi, notare come la sua carriera recente sia un laboratorio sulla costruzione di archetipi americani.

Escluso il Guido Contini di Nine, una divertita e personale caricatura di Federico Fellini, i suoi ultimi tre ruoli sono parte di un discorso aperto che Day-Lewis ha con la storia degli Stati Uniti.  Come già fece in gioventù con la sua Irlanda nella trilogia di Jim Sheridan, l’attore ha lavorato su due estremi assoluti dell’America. Da un lato, infatti, con il Bill “The Butcher” di Gangs of New York e il Plainview de Il Petroliere (evoluzione uno dell’altro), abbiamo l’uomo assetato di potere, il feroce lupo (capitalista) che, per affermare la propria supremazia, si nutre del sangue dei propri avversari. Dall’altro lato, invece, c’è appunto Lincoln, la democrazia americana umanizzata, il messia della Nazione, il padre della patria che prende per mano il suo popolo verso la Giustizia.
Entrambi questi totem sono le radici su cui si sono sviluppati gli Usa fino ad oggi. Inoltre non è un caso che mentre il tycoon del film di Paul Thomas Anderson si rapportava a George W. Bush, l’edificante Lincoln si richiami apertamente all’amministrazione Obama e alle sue politiche. Un’ulteriore dimostrazione di che artista intelligente, nell’interpretare e nello scegliersi i ruoli, sia Daniel Day Lewis.
Ora, però, sarebbe sbagliato limitarsi a parlare solamente del protagonista. Attorno al “solista”, infatti, Spielberg ha la bravura di mettere insieme un’orchestra di professionisti, tutti convincenti, che ben sono capaci di reggere l’impatto con il travolgente carisma dell’attore/presidente. In quest’ottica, tra i tanti, sono degne di nota le interpretazioni di Sally Field (la triste e battagliera first lady Mary Todd Lincoln), il sempre ottimo David Strathairn (il fedele segretario di Stato Seward) e Tommy Lee Jones, che nei panni dell’esponente radicale Thaddeus Stevens fa sua più di una volta la scena.
In definitiva, dunque, con la sua imponente durata, Lincoln è un’opera difficile ma altrettanto imperdibile, che, tra i tanti pregi che abbiamo elencato, ha anche quello di essere un caloroso omaggio verso l’Alta Politica, quella che nel nostro paese, specie con l’ultima campagna elettorale, non si sa nemmeno cosa sia.

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