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The Master. Travolti dal genio del suo regista e dai suoi due protagonisti

ROMA – Scrivere di una pellicola come The Master è un lavoro difficilissimo. Il sesto film del già venerato maestro Paul Thomas Anderson (sono suoi i meravigliosi Boogie Nights e Magnolia) è impossibile da etichettare in una qualsiasi categoria, sia anche in quella molto vaga di lungometraggio di finzione.

Prendendo spunto dalla storia della nascita della famigerata Chiesa di Scientology e dal suo fondatore L. Ron Hubbard, Anderson vuole, in qualche modo, dare un nuovo slancio alla propria carriera e alla propria poetica ed arriva a rompere tutti i vincoli del suo cinema passato, fino ad addentrarsi in nuove, rischiose ed affascinanti strade.
Il regista americano, infatti, è famoso, non solo per essere uno sceneggiatore che scrive tanto, ma anche per la grande capacità di muoversi tra geniali movimenti di macchina. In quest’opera, invece, tutti i suoi “marchi di fabbrica” vengono meno, di fronte al desiderio di realizzare un film assolutamente diverso.

La pellicola, dunque, regala sia una sceneggiatura essenziale, che mai si perde in furbizie narrative od orpelli dialettici, sia una regia ferma e curata in modo maniacale, così da renderla perfetta fin in ogni suo piccolo particolare. Sembra quasi che Anderson, insieme a tutti suoi collaboratori, voglia creare un’America visivamente e narrativamente fredda e irreale nella sua perfezione, dove, accompagnati dalle stranianti musiche di Jonny Greenwood, agiscono solo i suoi due eroi maledetti.

La storia, e la visione dell’autore, si muovono, dunque, attraverso le azioni disordinate di due perdenti come l’ex soldato Freddie Quell e il guru Lancaster Dodd. L’inadeguatezza nei confronti di una società che, rinnegata la parentesi rooseveltiana, sta per macchiarsi delle vergogne del maccartismo e delle paranoie della guerra fredda, è ovviamente più palese nel reduce interpretato da Joaquin Phoenix. Violento, alcolista ed affetto da turbe mentali, Freddie è un uomo perduto, in continua ricerca di un luogo in cui stare. La sua incapacità di guarire, anche dentro l’abbraccio salvifico del suo maestro Dodd, è resa in maniera impressionante dalla bravura del suo interprete, giustamente paragonato a Brando e al De Niro dei primi film di Martin Scorsese.

Phoenix, attraverso la postura ingobbita, le espressioni  distorte e un accento agghiacciante, regala al proprio personaggio tutta la propria frustrazione e malessere auto-distruttivo. La sua “infelicità” però è accompagnata da quella dell’altro sconfitto, il Lancaster Dodd interpretato altrettanto bene da Philip Seymour Hoffman, attore feticcio di Anderson. Anche lui, nonostante il carisma messianico e la maschera dell’uomo illuminato, soffre con insofferenza per colpa della macchina di bugie che sta portando avanti, diviso tra la paura di venire spogliato del suo status sacrale e la consapevolezza di essere egli stesso  il burattino inerme di sua moglie, il vero maestro della sua chiesa. La loro comune sofferenza e il loro legame indissolubile (giustamente, per tutta la storia, mai intaccato da alcuna ambiguità omoerotica) esplode proprio nell’ultima scena insieme dove, con una scelta narrativa surreale, vengono messi entrambi di fronte al proprio destino.
The Master, in conclusione, è un’opera importante, impossibile da ignorare per chi ama il cinema, ma alla quale, è giusto saperlo prima, bisogna approcciarsi con la consapevolezza di venire travolti dal genio del suo regista e dei suoi due protagonisti.

 

The Master, di Paul Thomas Anderson
Con Joaquin Phoenix, Phillyp Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern; durata: 144’; distribuito nelle sale dal 3 gennaio 2013 da Lucky Red

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