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ROMA – Nell’Italia ancora inquinata dai veleni del razzismo e della xenofobia, che gli “imprenditori politici della   paura” hanno sparso a piene mani negli anni scorsi, l’elezione di Laura Boldrini alla Presidenza della Camera è il più bel segnale di discontinuità che si potesse immaginare.

Si volta pagina rispetto all’epoca buia dei  respingimenti in mare, per i quali siamo stati censurati a livello europeo; si chiude anche a livello simbolico il periodo triste in cui le politiche sull’immigrazione erano improntate al “finalmente cattivi” orgogliosamente proclamato da Roberto Maroni. Per il giornalismo italiano, poi, questa elezione ha un significato particolare: perché anche dalle sollecitazioni di Laura Boldrini è nata la nuova sensibilità che la nostra informazione ha riservato negli ultimi anni ai problemi di immigrati e rifugiati. La Carta di Roma – il protocollo deontologico per un’informazione corretta sui migranti adottato nel 2008 da Fnsi e Ordine – cominciò ad essere pensata alla fine del 2006, dopo la strage di Erba, e dopo l’impressionante accanimento mediatico che tutta la nostra informazione aveva mostrato contro Azouz Marzuk nelle 24 ore successive alla scoperta dei quattro delitti.  Interpretando le perplessità di tanta parte della società italiana (e anche di non pochi di noi giornalisti),   Laura Boldrini scrisse una lettera aperta ai direttori dei giornali e alle rappresentanze del giornalismo   italiano. Sindacato e Ordine le risposero, e da quegli incontri è nato un testo che oggi è tra gli strumenti   deontologici dei giornalisti.

Laura Boldrini è una delle voci della società italiana che negli anni scorsi non hanno avuto paura di andare controvento, e di continuare a proclamare l’importanza dei diritti umani anche quando sembrava impopolare. Ha aiutato a tenere viva l’immagine più civile e accogliente dell’Italia. E oggi dà nuova credibilità alle  istituzioni averla alla guida della Camera.

 

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