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La Protezione Civile è materia tecnica? noi crediamo di no! Parte II

ROMA – Nella puntata precedente si è accennato a due dei diversi approcci culturali e modalità di intervento in caso di eventi calamitosi. Avevamo citato le modalità di tipo teurgico e di tipo reattivo. Teurgica quando l’evento è considerato una punizione divina; reattivo quando la comunità più o meno disarticolata e più o meno organizzata, reagisce all’emergenza.

In quest’ultimo caso, quasi sempre il primo cittadino, ossia l’autorità politica più vicina alla gente, non è mai protagonista della gestione degli eventi.
Solo nel caso di una modalità di tipo proattivo il Sindaco e quindi la comunità, diventano rispettivamente il primo soccorritore e soccorritori di se stessi e tutta la macchina Statale, in tutte le sue articolazioni, si adopera prima, durante e dopo l’evento calamitoso. Insomma, in questa modalità meglio si coglie quella che in realtà è la Protezione Civile: un servizio sociale a tutti gli effetti.
Tutte e tre le modalità accennate si sono contraddistinte nei diversi e correlati approcci culturali già accennati nella prima parte e cioè fatalista, marziale, tecnico-politico.
Manca all’appello l’ultima modalità di gestione di eventi di protezione Civile, quella che abbiamo conosciuto negli anni 2000, che ha abilmente traslato il concetto di salvaguardia della pubblica incolumità all’idea dell’utile e del business, segnando il passaggio dalla logica costi/benefici alla logica costi/ricavi: cioè la Protezione Civile SpA. In questa perversione neo-liberista, lo Stato/amministrazione non salva dalle catastrofi ma le provoca per muovere danaro.

Le provoca con l’incuria del suo territorio, con l’assenza di politiche di manutenzione ordinaria delle sue coste, dei suoi dirupi, dei suoi alvei, dei suoi boschi, delle sue città; non monitorando in modo integrato il fenomeno fisico e creando degli artifizi semantici e mediatici per precipitare il Paese in uno stato di emergenza continua in assenza di essa. Così l’emergenza diventa la “gestione pratica e di fatto” della politica del governo e il pronto cassa per la gestione “straordinaria” del Paese che ben si sposa con le inclinazioni populiste e autoritarie. Attraverso l’emergenza si realizza la “politica del fare”, quella struttura dei fini che attraverso i poteri speciali propri della decretazione di urgenza stravolge criteri metodi e procedure ordinarie e mina alla base l’etica della responsabilità pubblica. Con tale pratica si è nei fatti realizzato un vulnus politico di carattere eversivo nel nostro architrave repubblicano: infatti laddove non si poteva e non si voleva amministrare in ordinario, il Governo è ricorso agli strumenti di PC (l’ordinanza in deroga) sospendendo lo stato di diritto, i contratti di lavoro, le leggi sulla sicurezza, sugli appalti, sull’ambiente e svilendo nei fatti le istituzioni. Un esempio per tutti: l’assunzione senza concorso di illustri sconosciuti cittadini, caratterizzati però politicamente, chiamati a ruoli statali apicali in modo permanente sfuggendo anche alla tagliola dello spoil system e trasformando una delicata istituzione dello Stato in un Ente fideizzato.
Il “metodo Giubileo” (vedi più avanti) non si è mai allontanato – anzi ne è una diretta conseguenza – della politica che ha ispirato lo svilimento dei fondamenti del cosiddetto welfare, all’interno del quale è inscritto il servizio sociale di PC.

Per di più gli attori o meglio i protagonisti di questo sciagurato metodo non erano né dei monetaristi né dei “brillanti” economisti ma solo un associazione di persone che per le misteriose vie della legge della sincronicità aveva fatto modo che si trovassero lì in quel preciso momento e in quella data situazione politica, economica e culturale. Insomma personaggi dell’Italia media, ben interpretati da Alberto Sordi, al servizio del più bieco interesse personale, chi più chi meno, poi coinvolto anche in squallide vicende private e giudiziarie o avvolto nella spirale della scorrettezza, velleità, autoreferenzialità e della deriva patologica di un puro narcisismo.
Un aspetto interessante si coglieva in quel milieu culturale: la convergenza trasversale di tutte le forze politiche presenti nel Paese e nel Parlamento. La Protezione Civile SpA, infatti, non è stata una perversa macchinazione di un deus ex machina ma, in realtà, una coeva corrispondenza di fattori diversi le cui origini possiamo far risalire alla repentina defenestrazione dell’allora capo della PC Barberi e l’improvvisa discesa in campo di esimi sconosciuti che nel Giubileo del 2000 (perciò il metodo Giubileo) avevano fatto le prove generali di che cosa doveva diventare la PC nel Paese. Lo scoprirono facendo – learning by doing direbbero gli anglosassoni-  cosa doveva diventare la PC, e non a caso, un anno dopo, la Legge 401/01 sancì l’istituzione dei cosiddetti Grandi Eventi gestiti direttamente dalla Presidenza del Consiglio attraverso i poteri derogatori della Protezione Civile. La quale, sotto l’egida di tale stigma, smarrì totalmente la sua missione e con essa la professionalità di un gran numero di suoi funzionari. Fanno ancora male i saluti bipartisan all’allontanamento di Barberi. Tra tutti imbarazza ancora il giubilo e la felicità, dell’avvenuta defenestrazione, dell’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, dalle cui fila partirono per il lungo viaggio i nuovi “responsabili” della PC. Alcuni di essi senza titoli, senza bussola, senza professionalità;  mentre era certa la loro fedeltà politica incerta, forse, quella repubblicana.

….segue

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