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La violenza dell’economia. Intervista a Diego Fusaro

MILANO – Lo aveva detto alcuni mesi fa Vandana Shiva, : “Un’economia di deregolamentazione del commercio, di privatizzazione e mercificazione di semi e prodotti alimentari, terra e acqua, donne e bambini scatenate dalla liberalizzazione economica, degrada i valori sociali, aggrava il peso del patriarcato e intensifica la violenza contro le donne.”


Lo ha scritto alcuni anni fa  il filosofo Diego Fusaro,  ricercatore dell’Università Vita e Salute di Milano, che “ la violenza esercitata dal potere sui corpi e sulle vite degli individui, viene presentata come conseguenza naturale e fisiologica di quella ristrutturazione internazionalizzata dei sistemi produttivi, commerciali e finanziari che viene pudicamente definita globalizzazione e che, nei suoi tratti essenziali, è autoritariamente governata dall’alto ad opera delle politiche neoliberali.” (“ Karl Marx e la schiavitù salariata. Uno studio sul lato cattivo della storia” , Il Prato, 2007, con prefazione di André Tosel ). Nel primo libro del Capitale, Marx spiega che la differenza tra l’antico schiavo e il moderno salariato sta nel fatto che il primo era legato al suo padrone da catene, mentre il secondo è vincolato al capitale e al mercato da fila invisibili, da una violenza, appunto, che non si vede ma che, non di meno, è ben presente, spiega bene Fusaro.



La  cronaca riporta a episodi di violenza nei confronti della politica, penso all’attentato di Luigi  Preiti di fronte a Palazzo Chigi. A che cosa stiamo assistendo? 



“Il gesto di Preiti dev’essere incondizionatamente condannato e punito secondo la legge. Non è nostra intenzione deresponsabilizzare gli individui. E’  invalsa la moda di pensare che la violenza in quanto tale sia una forma estinta, appartenente esclusivamente a un passato degno di essere ricordato con il solo obiettivo di guardarsi dai suoi errori. Questo modo di pensare è largamente maggioritario: esso, come si dice a Torino, “fa fine e non impegna”. Infatti, esenta chi lo segue dalla fatica di spiegare le forme di violenza che, sia pure in maniere diverse da quelle del passato, attraversano  la società dei consumi. Sotto questo profilo, il messaggio dell’ideologia dominante è forte e chiaro: la violenza è solo del passato (in una indecente riduzione del Novecento a museo degli orrori, a semplice teatro delle “idee assassine”) o, quando esplode nel presente, è legata a singoli episodi di pazzia individuale, come nel caso del pazzo di Oslo, qualche anno fa, o come nel caso di Luigi Preiti, il 28 aprile 2013.



Ma l’economia non dovrebbe essere “neutra”?



Occorre congedarsi dall’idea, propria delle inguaribili anime belle di ogni tempo, secondo cui l’economia, di per sé, è neutra e la violenza è prerogativa esclusiva della politica: la realtà globalizzata ci mostra ogni giorno che la violenza esiste anche come “categoria economica immanente”. Il nuovo Hitler non ha la svastica né i baffetti: parla un ottimo inglese, legge riviste di finanza e identifica la libertà con la liberalizzazione integrale. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”. (K. Marx, “Miseria della filosofia”ndr).

Come è nato il tuo ultimo libro Minima Mercatalia, Filosofia e capitalismo, edito da Bompiani?
È nato dall’idea di compiere uno studio sul capitalismo filosoficamente considerato perché esso non è un fenomeno solo economico, ma anzitutto filosofico. La filosofia, come diceva Hegel, deve occuparsi del proprio tempo con il pensiero. L’età di oggi è quella del capitalismo dove tutto è merce; la filosofia, per essere tale non può non occuparsene abdicando al proprio compito.


Quale è il nuovo ruolo del filosofo?
Deve proporre il rifiuto totale di ciò che siamo e la proposta di un’ulteriorità nobilitante, qualcosa che vada oltre l’odierna miseria dove siamo proiettati. Una filosofia che non proponga un esodo da questa situazione è una filosofia asservita.
In principio era l’economia politica.
 L’economia, o oikonomia, era la gestione della casa, quindi della famiglia, delle proprietà, degli schiavi, della moglie e dei figli ecc. La politica era la gestione della città, o polis; stando alla suggestiva ricostruzione della Arendt (in Vita Activa), i due sono poli distanti, dal momento che l’economico è il regno della necessità, cioè di tutto quello che è connesso al lavoro (alla fatica, che non a caso in francese si dice “travail”, che suona molto simile a travaglio; nel sud italia per “fatia” si intende proprio il lavoro); la polis è invece, per eccellenza, il regno della libertà, il luogo ove solo l’uomo diventa tale, confrontandosi sulla pubblica piazza, a mezzo del discorso, con gli altri uomini. La politica è il regno dell’azione e del discorso; il discorso non trova spazio nell’oikonomia, perché non ci sono dei pari da convincere, ma c’è un rapporto asimmetrico, fondato sull’ordine e sulla violenza.
Ecco perché non c’è fine al femminicidio ed economia e politica non si incontreranno mai.

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