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Svezia, settima notte di rabbia. Sassaiole e incendi nelle periferie. Il governo minimizza

STOCCOLMA – Sassaiole contro gli agenti di polizia e ancora auto in fiamme, ma il fenomeno delle “Banlieu” di Stoccolma secondo fonti ufficiali si affievolisce. “Ci sono alcuni veicoli bruciati in diversi punti della capitale, ma non così tanti come nei giorni precedenti”, ha dichiarato alla radio il portavoce della polizia, Lars Byström.

Quella che si è appena conclusa è la settima notte consecutiva di disordini in Svezia. Una settimana in cui ci sono state scuole date alla fiamme, supermercati assaltati, garage e ristoranti danneggiati. Una escalation che fa clamore in uno dei Paesi a ragion veduta considerati il top del welfare e dell’immigrazione. Uno di quelli in cui il connubio tra autoctoni e immigrati si mescola alla perfezione.

La settima notte recita disordini a Vårberg, un sobborgo a sud di Stoccolma, dove un agente di polizia è stato attaccato da un gruppo di giovani. Nessun arresto ne tanto meno denunce sono scaturite da questa aggressione. Stesso episodio a Jordbro, un altro quartiere a sud della capitale, dove però gli agenti sono riusciti ad usare dei lacrimogeni in difesa dagli attacchi.

Mentre per quanto concerne le automobili bruciate si tratta di fenomeni a macchia di leopardo sparsi nella periferia svedese, e che ha impiegato i soccorsi a lungo: più di cento i roghi delle auto, decine gli edifici dati alle fiamme.

Quella passata può essere considerata senza dubbio l’accoglienza che è stata riservata ai rinforzi delle forze di polizia inviati nelle tre principali città svedesi, Goteborg, Malmoe e Stoccolma, le più colpite da attacchi di questo tipo. Motivo per cui era stato deciso l’invio delle forze dell’ordine aggiuntive. Aiuti sono stati dati anche da membri della società civile, in azioni calmierante contro i giovani ribelli. Tra questi una cinquantina di militanti nei movimenti di estrema destra svedesi, che hanno cominciato a presidiare i sobborghi. “E’ possibile che tra questa unione di forze serva a ristabilire la calma in queste zone” è l’opinione del portavoce della polizia di Stoccolma Kjell Lindgren.

Ma nella nebbia delle rivolte che sta sconvolgendo le cronache locali e poco quelle internazionali iniziano a emergere dati significativi su queste rivolte. Si tratterebbe soprattutto di giovani musulmani, un fetta della popolazione che tocca il 15% del totale.

“Non si tratta di giovani delle periferie che protestano contro la società “,ha dichiarato il ministro dell’integrazione, in attacco alla stampa internazionale, che ha additato i giovani musulmani di aver dato vita a questi eventi. Ma lo stesso Erik Ullenhag ha dimenticato però di dire allora chi siano i veri protagonisti di questo aspro maggio svedese. Quello che emerge è che il moderato governo di Fredrik Reinfeldt appare impotente a frenare le rivolte delle periferie, sempre più polveriera di rabbia. Anzi sembra minimizzarne la portata degli eventi.

A ben vedere si tratta di raptus sociali che hanno una natura discriminatoria, che fanno emergere due facce della sognata Svezia. La prima una delle patrie del welfare, della ricerca del melting pot. La seconda uguale al contrario: scuole inefficienti, lavoro non per tutti e discriminazione in base ad etnie e geografie metropolitane: più ci si allontana dal centro cittadino e più le condizioni di vita si aggravano.

“Abbiamo bruciato auto, tirato pietre contro la polizia…E’ una buona cosa, perché ora la gente sa dov’é Husby… e il solo modo per farsi ascoltare”. Questo quanto da Kim, nome di fantasia, ad una radio locale. In una situazione in cui i mezzi di informazione fanno fatica a raccogliere dichiarazioni dei rivoltosi. Tanto per citare alcuni dati che possono far emergere queste discrepanze: a Husby la disoccupazione è del 8,8% (30 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 29 anni non studia e non lavora). Mentre a Stoccolma è del 3,6%. Sempre in questo quartiere, che sta diventando la principale pietra dello scandalo, la popolazione è per l’80% composta da immigrati di prima e seconda generazione. Per lo più siriani, afgani, sudamericani e iracheni. Almeno 200 sarebbero i rivoltosi provenienti da questo quartiere capitolino. Una fiammata che è partita dall’uccisione di un locale 69enne, che per non essere sfrattato si è barricato con forza nel proprio appartamento. Tutto inutile: è stato ucciso dopo che stava minacciando un agente con un machete. Da lì la temperatura sociale si è surriscaldata. In una settimana si sono verificati 18 arresti, tutti giovani e tutti muti alle domande degli inquirenti.

Come riporta l’Ansa, la Svezia, l’Eldorado di ghiaccio, sta “a poco a poco diventando come gli altri paesi”. Non un commento qualsiasi, ma quello di Aje Carlbom, antropologo dell’Universita di Malmoe; “Vivere da giovane in quartieri come quelli, può voler dire essere completamente isolati dal resto degli svedesi”. In Inghilterra così come in Francia si discute molto su quanto sta avvenendo. In molti cominciano a mettere in discussione il modello svedese, accogliente, pacifico ed egualitario, Il polemista francese Eric Zemmour si è chiesto ironicamente se “gli svedesi avessero le loro Clichy-sur-Bois o Villier-le-Bel”, tanto per citare alcune zone rivoltose di Parigi. Mentre in Inghilterra, dove alcune frange della politica sono sempre pronte ad alzare le barricate contro l’immigrazione, si parla di un possibile inasprimento delle barriere immigratorie per impedire che si ripetano fatti come quelli di Tottenham del 2011. Non difformi da quanto sta accadendo in Svezia.

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