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Ue. Vacillano veti e dogmi dell’austerità

 

 

ROMA – Prima di addentrarci nel complesso pacchetto di riforme varato in settimana dal governo con il decreto Lavoro e dei buoni risultati conseguiti da Letta al vertice europeo di Bruxelles, è d’obbligo una premessa.

Saremmo ipocriti e menzogneri, infatti, se ci dicessimo pienamente soddisfatti per i provvedimenti assunti perché sappiamo benissimo che il piano per l’occupazione giovanile, fortemente voluto dal Premier, consente a mala pena di alleviare le sofferenze di un Paese il cui tasso di disoccupazione ha oramai superato il livello di guardia, superando la soglia del quaranta per cento per quel che riguarda le nuove generazioni. Tuttavia, saremmo altrettanto scorretti se omettessimo di dire che, nelle condizioni date, probabilmente nessun altro esecutivo avrebbe potuto o saputo fare meglio.

È chiaro a tutti, difatti, che non si può governare bene, e tanto meno in chiave progressista, quando si è costretti ogni giorno a fare i conti con le sparate e i diktat del falco pidiellino di turno. Come è chiaro a tutti che non si può pensare di rilanciare seriamente la crescita e lo sviluppo economico, a cominciare dalle assunzioni dei giovani e degli ultra-cinquantenni che hanno perso il posto, se prima si è costretti a fare i conti con il populismo e la demagogia di chi ha incentrato la propria campagna elettorale sull’abolizione e addirittura sulla restituzione dell’IMU sulla propria casa e ora ha bisogno di fornire un segnale concreto a chi li ha votati proprio per questo.

Diciamo che, sia pur tra mille difficoltà e in maniera non del tutto convincente, Letta e il ministro Giovannini hanno fatto il possibile, tentando di contrastare la piaga dei ragazzi tra i quindici e i ventiquattro anni che non studiano e non lavorano (i cosiddetti “NEET”) e il fenomeno allarmante della disoccupazione giovanile nel Meridione, favorendo le assunzioni per i disabili e rinviando a ottobre il temuto aumento di un punto percentuale dell’IVA fissato inizialmente per il prossimo primo luglio.

 

Per ripartire non basta il buon esito del Consiglio Europeo

Basta questo sforzo per ripartire? Naturalmente no, come purtroppo non basta nemmeno il buon esito del Consiglio Europeo, in cui comunque va dato atto a Letta di aver portato a casa risultati notevoli, come il miliardo di euro nel primo biennio, con la possibilità di ottenere un altro mezzo miliardo nel corso della rinegoziazione, per incentivare l’occupazione giovanile e avviare quella proficua collaborazione tra il nostro Paese e le istituzioni che è sempre mancata negli anni dei governi Berlusconi.

E non è affatto da sottovalutare nemmeno la svolta, con conseguente apertura, in merito alla nascita di un’unione bancaria e al previsto impegno diretto della BEI (la Banca Europea degli Investimenti) per fornire credito alle imprese, in seguito al recente aumento di capitale di dieci miliardi.

Anche su questo versante, come sul fronte italiano, si tratta di primi passi, di piccole mosse, di aperture e progetti che dovranno trovare una concreta attuazione nei prossimi mesi; fatto sta che il clima è radicalmente cambiato rispetto ai veti e ai dogmi dell’austerità che hanno regnato, pressoché incontrastati, nell’ultimo decennio. Il che dimostra che le certezze del trentennio neo-liberista iniziano a vacillare in ogni angolo del mondo, che la drammatica egemonia culturale della destra non esiste più da tempo nemmeno negli Stati Uniti, da dove era partita nel corso della presidenza Reagan, e che l’attuale modello di sviluppo, fondato sulla scomparsa dei diritti e delle tutele sindacali, su ritmi di lavoro infernali, sul massacro dell’ambiente e sulla contrapposizione feroce tra le classi sociali oramai mostra la corda per il semplice motivo che persino i suoi più accaniti sostenitori, pur non ammettendolo in pubblico, stanno cominciando ad accorgersi che, oltre ad essere insostenibile, è altamente dannoso e rischia di scatenare rivolte incontrollabili.

È qui, dunque, che deve inserirsi la forza del pensiero progressista, battendosi affinché le Europee del 2014 si trasformino in una sorta di Assemblea costituente che arrivi a scrivere quanto prima una Carta costituzionale europea che abbia al centro il tema dei diritti, primo fra tutti il lavoro, e la promozione sociale dell’essere umano.

Queste sono le basi sulle quali fondare il nostro programma politico del prossimo decennio, tutto il resto è destinato a venire di conseguenza. Se la sinistra europea non dovesse capirlo per tempo, continuando a negare l’importanza di avere un’ideologia ispiratrice e una visione globale della società, il rischio è che il prossimo Parlamento Europeo si trasformi nella tomba di quel grande sogno nato dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale.

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