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Gennaro Gattuso: un lottatore indomito

Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Schiavonea, in provincia di Cosenza, fa quaranta e a me non resta che guardarmi allo specchio e rendermi conto, una volta di più, che la mia giovinezza si è definitivamente conclusa.

Me lo ricordo bene il giovane “Ringhio”, come è stato spesso affettuosamente definitivo per via del suo temperamento combattivo, quando lottava nel centrocampo dai piedi buoni che avrebbe fatto la fortuna dapprima degli Azzurrini di Tardelli e poi degli Azzurri di Lippi, nell’arco degli ultimi sei anni tutto sommato positivi del nostro calcio. 

Me lo ricordo bene questo ventenne che in campo spuntava l’anima, che si attaccava alle costole degli avversari e li faceva impazzire, che col pallone tra i piedi non era un granché ma che, al netto dei suoi limiti tecnici, era tatticamente prezioso e dotato di un’umiltà di cui dovrebbe dotarsi la maggior parte dei sedicenti divi contemporanei. 

Gennaro Gattuso, che se non avesse sfondato nel calcio avrebbe fatto il pescatore, non solo non è mai stato un divo ma, al contrario, è sempre stato un esempio di abnegazione e rispetto per il prossimo, domandandosi, al cospetto di sua maestà Pirlo, se uno come lui, di fronte ad un fuoriclasse del genere, potesse considerarsi davvero un calciatore. Altro che se poteva! I milanisti, con quei due a centrocampo, supportati dai vari Albertini, Ambrosini, Rui Costa e Kaká, hanno fatto festa per circa un decennio: un decennio durante il quale nessun allenatore si è mai neanche lontanamente sognato di tirar fuori un perno imprescindibile come Rino, capace, con la propria fisicità, di lottare per due e di liberare spazi che i funamboli che gli stavano accanto riuscivano poi a trasformare nelle armi in più dell’ultimo Milan stellare che abbiamo avuto modo di ammirare. 

Gennaro Gattuso, nato proletario e divenuto campione del mondo, è un tipico esempio della classe operaia che riesce a raggiungere il Paradiso, come se almeno nel calcio funzionasse ancora l’ascensore sociale, come se la passione e l’impegno, almeno lì, potessero fare ancora la differenza, come se anche nel calcio stramiliardario e senz’anima di questa triste stagione ci fosse spazio per un piccolo portatore d’acqua dai polmoni inesauribili di cui ogni compagno con cui abbia condiviso lo spogliatoio, tuttavia, parla con ammirazione e gratitudine. 

Di Gennaro Gattuso, personalmente, ho sempre apprezzato la schiettezza e la cognizione che ha di sé, la sua contezza di non essere un campione, la saggezza con cui ha impostato la propria carriera e la straordinaria intelligenza con cui si è saputo porre al servizio delle varie squadre in cui ha giocato, finendo col divenire indispensabile e col fare spesso la differenza, lui che mai se lo sarebbe immaginato. 

E ora che allena il Milan, ora che ha accettato questa sfida disperata in uno dei momenti più difficili della lunga e gloriosa storia del club, augurargli ogni bene, da avversari, non è solo un dovere morale: è un risarcimento che Rino merita per ciò che ha dato al calcio in generale e alla società rossonera in particolare.

La felicità, quella vera, quella familiare e degli affetti, uno come lui non ha impiegato molto a conquistarsela: la sua genuinità ha fatto il resto e oggi siamo qui a rendere omaggio ad un uomo felice e sicuro di aver costruito qualcosa di importante là dove conta davvero. In campo, poi, ha costruito uno stile e si è rivelato un esempio positivo per milioni di giovani, il che non è poco. Ha avuto la forza del sudore e la grandezza della tenacia: chapeau, caro Ringhio, e, se ci riesci, trasmetti alcuni dei tuoi valori a qualche divetto da strapazzo che vedi in giro. Ce ne sono tanti e non esito a immaginare quanto male tu possa pensare di loro.

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