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Alma, Alua, Malala: il mondo delle donne

ROMA – Ha scritto Roberto Saviano sull’ultimo numero de “L’Espresso”: “Le donne da sempre sopportano la negazione del proprio talento e la costrizione della propria bravura. Non può esistere una società che lotta perché ci sia possibilità di concorrenza, che pretenda che il talento sia premiato e, nello stesso tempo, vincoli la donna”.

E ha aggiunto, a proposito del cordone protettivo creato dagli uomini in piazza Tahrir per salvaguardare le donne da possibili stupri: “Ecco, quell’immagine dello spazio tra i manifestanti e le donne non è segregazione – per la prima volta non lo è – ma protezione. In quel modo nessuna donna poteva essere sottratta al gruppo. Su nessuna poteva essere usata violenza”.

L’aspetto più confortante di questa, per il resto tristissima, stagione politica è senz’altro il ritrovato protagonismo femminile: una battaglia per i diritti e per l’emancipazione che vede protagoniste le donne di tutto il mondo, compresi quei paesi come la Turchia e l’Egitto dove sembrava impensabile che le donne trovassero tanto coraggio e tanta forza d’animo, che acquisissero tanta coscienza di sé e che riuscissero a porsi praticamente a capo di rivolte che stanno modificando gli equilibri globali.
Perché questo è il vero elemento unificante della grande protesta mondiale che si estende dal Brasile all’Iran, passando per Egitto e Turchia, senza dimenticare la Siria e in qualche modo pure l’Italia: la rivendicazione della propria libertà, individuale e collettiva, la lotta contro ogni forma di repressione, di chiusura, di vessazione, una straordinaria lotta collettiva per far sapere ai governi di tutto il mondo che ai popoli del Ventunesimo secolo non basta avere il pane ma chiedono anche le rose, ossia il riconoscimento di quei diritti e di quei princìpi di autodeterminazione senza i quali nessuna società può definirsi democratica.

La scuola e la cultura per cambiare il mondo
Pensiamo, ad esempio, alla giovanissima Malala Yousafzai che ha festeggiato il sedicesimo compleanno parlando alle Nazioni Unite dell’importanza della scuola e della cultura per promuovere la pace nel mondo e consentire alle donne di veder finalmente riconosciuto e valorizzato il proprio talento.
“Un bambino, una maestra, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo” ha affermato nel concludere il suo discorso, e tutti noi ci siamo chiesti quante volte abbiamo aspettato invano che frasi del genere le pronunciassero i nostri leader, i nostri ministri della Pubblica Istruzione, i nostri segretari di partito, ricevendo in cambio promesse che puntualmente non sono state mantenute, facendo montare un sentimento di rabbia così diffuso e comprensibile da ritrovarci oggi nelle condizioni in cui tutti sappiamo.
Pensiamo, ancora, ad Alma e Alua, le due donne kazake, rispettivamente madre e figlia di Mukhtar Ablyazov, il principale avversario del presidente Nazarbaev e per questo costretto a vivere in esilio a Londra, la cui espulsione dall’Italia ha causato al governo Letta una figuraccia internazionale da far impallidire quella del governo Monti sui marò, inducendo tutti noi a chiederci: cosa c’è dietro? 

I rapporti di amicizia  fra Nazarbaev e Berlusconi
Quanto hanno influito sulla vicenda i rapporti d’amicizia, e pare anche d’affari, tra Nazarbaev e l’ex premier Berlusconi? E, soprattutto, può un Paese come il nostro compiere un atto tanto grave, ingiustificabile sia dal punto di vista politico sia sul piano etico, giuridico e diplomatico? È accettabile che i diritti vengano posti sempre in secondo piano di fronte all’importanza strategica e commerciale di nazioni che, pur essendo dichiaratamente anti-democratiche, sono ricchissime di materie prime, quali gas e petrolio, per noi indispensabili?
Pensiamo poi ad Elham Asghari, la nuotatrice iraniana il cui primato nella traversata di venti chilometri dello scorso 11 giugno dalla costa del Mar Caspio al largo di Nowshahr non è stato riconosciuto perché, secondo i vertici della Federazione iraniana di nuoto, nonostante lo strazio di dover gareggiare con un costume di sei chili che la coprisse dalla testa ai piedi, una volta fuori dall’acqua, s’intravedeva troppo il suo fisico.
“Erano presenti sei ufficiali di gara che hanno constatato che tutto fosse a posto. Nessuno ha avuto nulla da eccepire. Poi però la federazione ha spiegato che quando ero fuori dall’acqua si vedevano le forme femminili del mio corpo. Non ho dormito per notti intere” ha raccontato, aggiungendo con spirito combattivo: “Nessuno accetterà mai di nuotare con un simile costume. È faticoso e fa male.

 Il nuoto non è un’esclusiva degli uomini

Il mio record sui venti chilometri è reale, ma è stato tenuto in ostaggio da persone che non riuscirebbero a nuotare nemmeno venti metri. Hanno paura che, se l’omologassero, tutte le donne si sentirebbero autorizzate a nuotare in mare aperto. Non voglio cedere alle pressioni. Il nuoto non è un’esclusiva degli uomini, noi donne lo sappiamo fare altrettanto bene. Mi hanno detto di lasciar perdere, di pensare ad altro. Ma no. Questa volta io non rinuncio”.

La lotta contro il femminicidio
E pensiamo, infine, alle tante splendide donne italiane, tra cui molte parlamentari,a partire dalla presidente della Camera che si battono alle nostre latitudini contro la piaga del femminicidio; il tutto per dimostrare che finalmente le donne non sono più rassegnate a vivere in uno stato di sottomissione, che vogliono dire la loro ed essere partecipi di tutti gli ambiti della vita sociale e che noi uomini abbiamo il dovere di assecondarle e batterci al loro fianco perché solo le donne oggi possono condurre il pianeta fuori dal baratro dell’ingiustizia, della violenza e dell’intolleranza.






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