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Egitto, non sia un altro Iraq

ROMA – Osservando le immagini provenienti dell’Egitto, tra moschee assediate e cadaveri di manifestanti sparsi ovunque, ci tornano purtroppo in mente i commenti superficiali e sbagliati cui si lasciarono andare numerosi opinionisti in seguito alla destituzione del presidente Morsi ad opera dell’esercito.

Perché una cosa è certa: se siamo giunti a questo punto, una buona parte di responsabilità appartiene proprio a Morsi e ai Fratelli Musulmani, incapaci di sfruttare l’occasione storica che era stata concessa loro l’anno scorso dagli elettori e di guidare il Paese verso l’agognata svolta dopo il trentennio dispotico di Mubarak. Tuttavia, come riconosciamo le pecche e le carenze di quest’improvvisato leader islamista, incapace di arginare le frange più estreme dei suoi sostenitori e di far fronte alla devastante crisi economica che sta squassando la Nazione, non possiamo non sottolineare la gravità dell’azione condotta lo scorso 3 luglio dai generali e inspiegabilmente salutata da una vasta fetta dell’opinione pubblica internazionale come un atto rivoluzionario, in sintonia con le richieste del popolo e in grado di dare finalmente una rappresentanza adeguata alle istanze rivoluzionarie che, nell’inverno del 2011, avevano condotto alla deposizione dell’ex raìs.
Non a caso, un osservatore attento ed esperto come Federico Rampini, riferendosi all’eccessiva timidezza e al senso di impotenza trasmesso dall’amministrazione Obama, ha sottolineato su “la Repubblica” del 17 agosto che sono lontanissimi i giorni del giugno 2009, quando proprio al Cairo Obama pronunciò un discorso d’apertura verso l’islam moderato che, con ogni probabilità, gli valse, quello stesso anno, il Nobel per la Pace e in cui qualcuno ravvisò in seguito il germoglio delle “primavere arabe”.

Peccato che da allora sia accaduto di tutto: le primavere arabe, per l’appunto, e il loro recente e diffuso fallimento, con le drammatiche conseguenze cui stiamo assistendo in questi giorni, in Egitto e non solo.
Analizzando le vicende che hanno segnato la storia recente dell’altra sponda del Mediterraneo, troviamo infatti la catastrofe egiziana ma anche la mattanza libica, la carneficina siriana e una Tunisia che se la passa leggermente meglio dei paesi confinanti ma nella quale regna comunque la massima incertezza.
Come si è potuti arrivare a questo punto? Dove abbiamo sbagliato noi occidentali? Per comprendere la risposta, basta prendere in considerazione la battaglia che è andata in scena ieri presso la moschea di Al-Fatah, in piazza Ramses al Cairo, conclusasi con lo sgombero, e in molti casi l’arresto, degli occupanti ad opera della polizia. Senza dimenticare l’increscioso episodio di cui sono stati protagonisti alcuni giornalisti italiani (Gabriella Simoni e l’operatore Arturo Scotti di Mediaset e Maria Gianniti e l’operatore Sergio Ciani della RAI), fermati durante l’assalto alla moschea e rilasciati dopo alcune ore, probabilmente vittime di un equivoco in quanto scambiati dalla folla anti-Morsi per dei reporter dell’odiata Al Jazeera. Il che spiega bene la natura fallace delle nostre analisi e la nostra difficoltà a fare i conti con un contesto sociale, politico, culturale, economico e religioso così diverso dal nostro.

Nonostante il contatto sempre più ravvicinato col mondo arabo, difatti, continuiamo a domandarci, con una superbia francamente imbarazzante, se l’islam e la democrazia siano compatibili, senza renderci conto che la vera domanda da porsi è: con quale tipo di democrazia è compatibile il percorso di questi popoli?
Perché in realtà, per quanto tragiche e difficili persino da raccontare, nelle vicissitudini che hanno fatto seguito al rovesciamento degli antichi tiranni, non c’è nulla di strano ed inaspettato, se non per un Occidente presuntuoso e assente che si ostina inspiegabilmente a credere che l’unico modello di società e di vita auspicabile sia il proprio, senza accorgersi che in paesi come l’Egitto, la Tunisia, la Libia, la Siria, la Turchia e molti altri ancora non funzionerà mai.
Per questo oggi ci sentiamo così incapaci di fornire risposte all’altezza di una crisi diplomatica e umanitaria che ci ha colto di sorpresa: perché dovremmo ammettere davanti al mondo di aver inneggiato, a suo tempo, alle primavere arabe più per fini di propaganda interna che per un’effettiva comprensione e vicinanza nei confronti del lungo e difficoltoso cammino di emancipazione intrapreso da quei popoli. E perché dovremmo ammettere anche che la vera politica fuori dal mondo non è stata quella della mano tesa teorizzata da Obama quanto, più che mai, quella aggressiva e muscolare portata avanti da Bush, inseguendo l’assurda illusione, soprattutto in Iraq, di poter “esportare la democrazia” e trovandosi invece a dover fronteggiare la disperazione di un popolo che non ne poteva più di essere governato da un tiranno sanguinario come Saddam ma che auspicava ancor meno di piombare nel caos, nella violenza quotidiana e nella certezza di non avere un futuro.

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