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La fiducia a Letta e il trasformismo redivido

ROMA – I tempi in cui viviamo continuano a dar molto spazio al trasformismo di cui la storia dell’Italia postunitaria ha dato grandi esempi fin dagli anni Settanta dell’Ottocento, poco dopo che con qualche indubbio miracolo dell’ultimo momento un paese incerto e diviso aveva raggiunto l’unità. Ora il basso livello della nostra classe politica favorisce la forte ripresa del fenomeno che, secondo l’intuizione di Antonio Gramsci ” di fronte all’allargamento della maggioranza guidata da Antonio Depretis, il trasformismo appare come il mutamento del partito di centro, inteso a dar maggior forza all’azione del governo, nell’azione della maggioranza di centro per tenere in piedi la quale si logora l’azione del governo”.

E non c’è dubbio che il trasformismo è anche una sottospecie degenerata della maggioranza di centro. Ebbene in questi anni di declino inarrestabile del populismo berlusconiano assistiamo a continui esempi di trasformismo di cui l’ultimo in ordine di tempo (ma solo l’ultimo perché l’elenco è lunghissimo in un paese che è ai primi posti della classifica mondiale in materia di corruzione pubblica e di inquinamento mafioso) è la votazione di oggi al Senato, nel quale l’ormai probabile delibera sulla decadenza dell’uomo di Arcore dopo la condanna definitiva per frode fiscale e l’interdizione (di cinque o tre anni cambia poco) dai pubblici uffici, ha prodotto l’allontanamento di 25 senatori dalla linea proclamata da Berlusconi in largo e in lungo e da lui stesso violata a dimostrare la confusione mentale dell’ex presidente del Consiglio.

Certo, l’autoconversione dell’ex premier all’ultimo momento, con il comportamento squadristico dei grillini contro la senatrice dissidente, e la farsa della divisione pagliaccesca tra “fedelissimi” e tranfughi tra ex camerieri e maggiordomi dell’imprenditore che hanno scoperto all’improvviso una indipendenza mai mostrata nei lunghi anni di oppressione populistica e di decine di leggi ad personam imposte dal cavaliere e disciplinatamente votate senza fiatare può suscitare persino il sospetto che, alla fine, gli ex berlusconiani pensino con il loro atteggiamento di riuscire a condizionare fortemente la partita della decadenza ed evitare al loro ex leader la più che meritata uscita dalle aule parlamentari, se non dalla politica attiva.
Non vorrei esser tacciato di pensar male, malgrado il precetto andreottiano che a far quello, almeno in politica, non si sbaglia mai. Ma la situazione è drammatica non soltanto per il leader Berlusconi ma anche per il futuro di un centro-destra che voglia esser diverso dall’osceno populismo, tutto sesso e affari, che ha dominato l’ultimo ventennio. Certo, seguendo quel che succede ogni giorno, si vede con chiarezza che anche la Chiesa con papa Francesco e con molta parte dell’alto e basso clero, e gli imprenditori, che pure in questi anni hanno lungo sostenuto l’avventura berlusconiana, sono ormai arrivati al capolinea. E vorrei dire, a questo punto, che la nascita ancora poco vicina ma almeno immaginata, di una destra europea farebbe molto bene alla politica italiana e persino alle forze di centro e di centro-sinistra che hanno bisogno anch’esse di un forte rinnovamento. Chissà che la rovina di un leader che ha fatto molti, troppi danni all’Italia non si riveli lo stimolo al cambiamento ormai necessario all’Italia.

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