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Carcere e informazione

ROMA – Gia’ e’ difficile accettare che si possa andare in carcere a 79 anni. Ma il punto veramente inaccettabile della vicenda di Francesco Cangemi, pubblicista di Reggio Calabria condannato a scontare 2 anni di pena per diffamazione, e’ il carcere stesso, ancora previsto dalla nostra legge, nonostante gli esempi e le “raccomandazioni” europee. Il problema non e’ quindi la richiesta o non richiesta degli arresti domiciliari: ne’ interessa entrare nel merito delle diffamazioni delle quali si e’ reso colpevole il giornalista Cangemi, che pure hanno  bisogno di una sanzione per tutelare chi e’ stato diffamato.

Il vero punto della questione e’ il carcere come forma puramente punitiva per un reato che per quanto odioso ( perché’ la diffamazione  colpisce le persone nella loro onorabilità’ ) resta pur sempre nell’ambito dell’espressione delle idee e delle opinioni.   Altre sono le forme per  sanzionare la diffamazione che abbiamo proposto da tempo, ,anche nella formulazione delle modifiche della legge attualmente in discussione in Parlamento:  sanzioni riconducibili alla professione, alla sospensione dalla attività’ giornalistica, risarcimenti attraverso una piena  rettifica che ridia onorabilità’ alla persona offesa,sanzioni deontologiche sino alla proposta di un giuri’ composto non solo da giornalisti, che intervenga nel sanzionare opportunamente chi diffama o, come spesso capita in questi anni, mette in moto la cosiddetta “macchina del fango” a comando.

Ma il carcere no. Quella sanzione va abolita perche’ non e’ accettabile che si colpisca con la privazione della liberta’ chi lavora per la liberta’ di opinione e di critica, per dare notizie che possono piacere o non piacere, ma che comunque fanno parte della sfera delle liberta’ democratiche e costituzionali del nostro paese.

E’ un discorso a difesa del cittadino: che ha il diritto sacrosanto,anch’esso costituzionale , di non essere infangato e diffamato, ma ha anche il diritto ad essere informato senza reticenze e nella massima liberta’.

Per questo, come ha giustamente fatto la Federazione Nazionale della Stampa, chiediamo che siano approvate al piu’ presto le modifiche alla legge sulla diffamazione in discussione alla Camera dei Deputati, calendarizzate per la meta’ di questo mese. Modifiche che devono innanzitutto eliminare il carcere per i giornalisti accusati di diffamazione, ma devono contenere tutte quelle altre norme piu’ volte discusse e affrontate a fondo , che rendono attuale e applicabile in questo secolo norme ideate nel lontano dopoguerra. A cominciare dalla sanzione per le Querele Temerarie che colpiscono i giornalisti che fanno inchieste ed affrontano temi scomodi, intimiditi con richieste di risarcimento milionarie da potentati economici, politici e mafiosi, quando affrontano inchieste su questioni  ed interessi scottanti.

Aspettiamo  ora non piu’ solo segnali, ma provvedimenti di riforma in tempi brevi. Per eliminare il carcere per i giornalisti, dare loro piu’ libertà’ di informazione e, contemporaneamente ,piu’ sicurezza ai cittadini di non essere diffamati o sbattuti in prima pagina arbitrariamente.

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