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Usa, accordo sullo shutdown e scongiurato il default. Chi vince e chi perde

WASHINGTON – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato la legge di bilancio che permette la riapertura dell’amministrazione federale ed eleva il tetto del debito.

Nessun colpo di scena e default tecnico evitato. Almeno fino al prossimo 7 febbraio prossimo, nuova “deadline” di scadenza per il nuovo accordo dell’innalzamento del debito, e il prossimo 15 gennaio per quanto riguarda i lavori dell’amministrazione federale. Se ne inizierà a parlare dal prossimo 13 dicembre, ma l’esito di questi giorni l’avvicinarsi delle nuove elezioni farebbero presagire sicuramente un accordo lontano dal gong, non come di fatto avvenuto ieri sera, a meno di 24 ore dal disastro economico mondiale che poteva scaturire dal mancato accordo. Sul nuovo voto, occorre ricordarlo, penderanno nuovi tagli voluti dal sequester, quella serie di tagli lineari indiscriminati emanati automaticamente dopo il mancato accordo tra repubblicani e democratici. 

A seguito della sigla dell’accordo sullo Shutdown, ottenuto al Senato con 81 sì e 18 no e poi alla Camera dei rappresentanti con 285 voti favorevoli (fra i quali quelli di 87 repubblicani) e 144 contrari, Barack Obama ha dichiarato la necessità di recuperare la fiducia persa agli occhi degli americani. “Spero – ha inoltre aggiunto Obama – che ognuno abbia appreso che non c’è ragione per cui non si possa lavorare ad problemi a portata di mano e sul perché non si possa essere in disaccordo tra i partiti pur essendo possibile un accordo, ed essere sicuri di non infliggere ferite al popolo americano”.

Il capo direttore dell’ufficio budget e management della Casa Bianca Sylvia M. Burwell ha subito inviato un memorandum dove annunciava ai dipendenti federali che potevano tornare a lavoro da domani. Nell’accordo bipartisan è incluso anche il provvedimento di risarcire gli 800 mila dipendenti lasciati a casa durante lo stallo. I veri sconfitti assieme ai lavoratori di tutte quelle attività non indispensabili congelati per due settimane.

Si può certamente parlare di una vittoria per la sinistra in quello che è stato siglato nell’accordo al senato dei senatori democratici Harry Reid e da quello repubblicano Mitch McConnell. Ma di vittoria non vuole nemmeno sentir parlare il portavoce della Casa Bianca Jay Carney che ha evidenziato come in questa battaglia “non ci sono vincitori” tra le file dei partiti perché “il popolo americano ha pagato un prezzo molto alto” e l’economia “ha sofferto”. Si calcola che in questi 16 giorni di shutdown l’economia a stelle e strisce abbia perso duecento milioni di dollari al giorno. Se però sul carro dei vincitori non c’è nessuno, su quello dei perdenti ci sono sicuramente i repubblicani, la cui emorragia sul fronte dei consensi è stata definita “devastante”.

E di questa opinione anche “Usa Today” secondo Obama esce benissimo da questa battaglia. Non solo non ha ceduto nemmeno un passo sulla riforma sanitaria, sua personale battaglia sin dal primo mandato e vero boccone indigesto per i repubblicani. Ma il capo della Casa Bianca ha anche coerentemente “fatto ciò che ha detto”, snobbando i suoi contestatori che hanno chiesto invano negoziazioni a conti fatti caduti nel vuoto. Chi più ha pagato è stato il principale avversario di Obama, il portavoce della Camera bassa del parlamento di Capitol Hill John Boehner. Boehner, a causa dell’insuccesso nell’ottenere le misure di austerity chieste, e soprattutto incapace di tenere unito il partito dei Repubblicani, ormai sempre più diviso potrebbe veder rivisto il suo ruolo all’interno del Partito. Chi potrebbe approfittare di questa situazione è il senatore di padre cubano e mamma italiana Ted Cruz, esponente del tea party, quelli che qui in Italia chiameremmo i “falchi” repubblicani. Lui, nonostante la sconfitta sul suo suo cavallo di battaglia, ossia l’Obamacare, la riforma sanitaria è emerso come paladino dello zoccolo più duro e conservatore del partito repubblicano. Partito che comunque viene dato allo sbando nei consensi proprio per via proprio dell’intransigenza nel lavorare assieme ai suoi rivali. Nello sfacelo del partito escono bene quelle che sono state chiamate le “donne del senato”, che hanno permesso di raggiungere l’accordo. Tra queste Susan Collins, centrista senatrice repubblicana del Maine, che assieme alla collega Lisa Murkowsky, prima senatrice donna eletta in Alaska e Kelly Ayotte del New Hampshire hanno permesso l’accordo. Sono state loro ad avviare i negoziati con le esponenti del gentilsesso avversarie: Heidi Heitkamp centrista democratica del Dakota, Amy Klobuchar, senatrice liberal moderata del Minnesota e Jeanne Shahenn, senatrice progressista nonché governatrice del New Hampshire. Loro il merito del lasciapassare di quanto precedentemente accordato alla camera bassa. “E’ un buon risultato. E devo ammettere che la leadership va attribuita alla donne del Senato”, ha spiegato il senatore repubblicano John McCain. Un complimento che la la Collins ha preso e spalmato su tutto il gruppo. 

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