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KABUL – Sono stati circa 3000 gli invitati, pochi giorni fa, a decidere sul discusso accordo per la permanenza dei militari Usa nel territorio afghano. Capi tribù, anziani, rappresentanti locali chiamati a deliberare su quello che è stato ribattezzato “patto di sicurezza” con gli americani.

Il Gran Consiglio, la Loya Jirga, dopo diversi giorni di lavoro ha dato parere favorevole all’Accordo bilaterale sulla sicurezza (Bsa) con gli Stati Uniti auspicandone la firma entro l’anno. L’accordo autorizza di fatto la permanenza di migliaia di militari in terra afgana anche dopo la fine delle operazioni di combattimento nel 2014. Da sottolineare che la bozza di testo deliberata dalla grande assemblea, anche se rivolta principalmente ai militari a stelle e strisce, non esclude anzi prevede, che la permanenza sia estesa anche ad altri paesi musulmani e alla stessa Turchia, peraltro già membro Nato. 

Una richiesta di maggiore tempo però sembra arrivare dallo stesso presidente afgano Hamid Karzai che, dopo aver esaminato i 26 articoli che compongono il testo dell’Accordo licenziato, ha espresso le sue preoccupazioni dichiarando che “ci vuole ancora tempo” appalesando così la necessità di “svolgere altri negoziati sul consolidamento delle garanzie Usa per elezioni libere e trasparenti”. L’obiettivo del governo afgano è quello di continuare nell’addestramento delle forze afghane con il chiaro intento di rafforzare e preparare le milizie impegnate nella difesa del paese dalla piaga dell’antiterrorismo. 

Il fronte, come spesso accade nella politica internazionale, non è comune e all’interno di posizioni contrapposte emergono ulteriori sfaccettature di non poco conto. La risposta americana non si è fatta attendere con Washington che non considera “ne pratico ne possibile” lo slittamento della firma. Anche nel paese musulmano però le condizioni sono sempre più precarie e labili. Il clima politico sull’accordo viene accolto dal muro alzato dal capo della Jirga, Mojaddedi, il quale minaccia dimissioni e abbandono del paese nel caso in cui l’accordo non venisse firmato entro l’anno.

In questa complessa situazione però la notizia giunta in queste ore per il nostro paese, e per i nostri militari impegnati, è positiva e chiara. I bersaglieri del 6° reggimento di Trapani, parte della Transition Support Unit South (TSU-S), dopo aver completato il passaggio delle responsabilità della provincia di Farah alle autorità afghane, hanno lasciato il paese per il rientro in patria. È un ulteriore passaggio del ridimensionamento del contingente italiano che, con questi ulteriori 400 uomini che rientrano in Italia, fanno abbassare a sole 1000 le unità ancora impegnate. Il programma, iniziato quest’anno, proseguirà fino alle fine del 2014.

Il generale Pellegrino, comandante del Regional Command West, a seguito della decisione si è complimentato con il comandante della TSU-U, il colonnello Mauro Sindoni,  per lo “straordinario sforzo sostenuto nella conduzione di un’articolata e vasta attività a favore della popolazione afghana, svolta sul fronte della sicurezza e della ricostruzione, che è stata sinceramente riconoscente per quanto fatto a suo favore”.

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