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ROMA – Oramai è chiaro: qui non ci troviamo di fronte a una normale crisi economica né, tanto meno, ad un confronto aspro e serrato fra stati con obiettivi e ispirazioni ideologiche diverse. No, qui ci troviamo di fronte a una sorta di “mostro mondiale”, occulto e ben mimetizzato, che detta legge da almeno trent’anni, da quando cioè il duo Reagan-Thatcher ha iniettato in Occidente il veleno del liberismo e le sinistre hanno pensato bene di abbracciarlo e, se possibile, come è accaduto ad esempio nella Gran Bretagna di Blair, renderlo ancora più dannoso.

 

Sentite, tanto per citare un’esperienza concreta, cosa racconta Paul Krugman a proposito del recente declassamento della Francia ad opera di Standard & Poor’s: “Perché il complotto contro la Francia – può sembrare che io sia un po’ faceto, ma in verità c’è molta gente che cerca di screditare quel Paese – è un’evidente dimostrazione del fatto che in Europa, come in America, i predicozzi fiscali non si preoccupano affatto del deficit. Anzi, sfruttano i timori di indebitamento per portare avanti un’agenda ideologica. E la Francia, che si rifiuta di stare al gioco, è diventata il bersaglio di un’incessante propaganda negativa”. Dopodiché, entrando nel cuore della questione, spiega: “La Francia è stata declassata perché – secondo Standard & Poor’s – “è improbabile che l’attuale approccio del governo francese alle riforme di bilancio e alle riforme strutturali del regime tributario, così come ai prodotti, ai servizi e al mercato del lavoro, migliori sostanzialmente le prospettive a medio termine della Francia”. E quindi, ancora una volta: lasciamo perdere le cifre di bilancio, dove sono i tagli alle tasse e la deregulation?”. Infine, conclude amaramente: “La Francia ha commesso l’errore imperdonabile di essere fiscalmente responsabile, senza infliggere sofferenze ai poveri e ai più sventurati. E quindi deve essere punita”.

Già, perché dovete sapere che ultimamente la crescita francese, pur apatica, è stata comunque superiore a quella dei Paesi Bassi; senza contare che i lavoratori francesi sono tuttora più produttivi di quelli tedeschi, che le prospettive fiscali della Francia non appaiono per nulla preoccupanti, che il deficit è sceso bruscamente e notevolmente rispetto al 2010 e che il Fondo Monetario Internazionale si aspetta un rapporto debito/PIL più o meno stabile per i prossimi cinque anni. A ciò, aggiungiamo pure che lo spread francese nei confronti della Germania è inferiore ai cento punti e, dunque, perfettamente sostenibile per la seconda economia europea nonché una delle principali economie mondiali. 

E allora cosa ha sbagliato Hollande? E, soprattutto, perché in Patria risulta così impopolare? Per comprenderlo, bisogna riandare alle affermazioni di una triste conoscenza anche del nostro Paese: quell’Olli Rehn, purtroppo commissario europeo per gli Affari economici e monetari, che, commentando le misure economiche del governo francese, ha asserito che esse non vanno bene in quanto, basandosi su aumenti fiscali piuttosto che su tagli alle spese, “annienterebbero la crescita e frenerebbero la creazione di posti di lavoro”. Naturalmente è vero il contrario: i tagli alla spesa pubblica, soprattutto se effettuati in stile Tremonti, indeboliscono l’economia e rendono più fragile qualunque paese mentre un maggior carico fiscale sulle spalle dei redditi più alti garantisce un’equa redistribuzione delle risorse e la possibilità di far circolare il denaro, sventando l’immane pericolo della stagflazione, ancora più presente in Italia a causa di una disoccupazione a due cifre e del folle aumento di un punto percentuale dell’IVA.

Allo stesso modo, induce a riflettere il fatto che i tecnocrati di Bruxelles si siano scagliati con tanto vigore contro la Legge di Stabilità recentemente varata dal governo italiano, costringendo Saccomanni a costanti pellegrinaggi nella capitale belga per rassicurare i liberisti e i rigoristi che ci stanno mettendo in ginocchio in merito alla bontà delle misure adottate dall’esecutivo.

Come non è un caso, a nostro giudizio, che per la prima volta Letta abbia reagito con tanta intensità alle reprimende delle autorità europee, sottolineando il rischio che ulteriori misure di austerità spalanchino un’autostrada ai peggiori movimenti populisti, anti-europeisti, xenofobi e neo-nazisti sparsi per il Vecchio Continente, in vista delle imminenti elezioni europee.

Ha ragione, certo che ha ragione, ma chi lo ascolterà? Letta, in Italia, e purtroppo anche da una parte del PD, è considerato il “nipote di zio Gianni”, l’uomo dell’“inciucio”, delle larghe intese, l’emblema della vecchia politica da abbattere, non un povero cristo che sta tentando da mesi, in condizioni che non augureremmo nemmeno al peggior nemico, di tenere a galla una nave che imbarca acqua da tutte le parti, non l’allievo di Andreatta e uno dei principali collaboratori di Prodi, non l’unico in grado di approfittare della presidenza italiana del semestre europeo per mettere finalmente in minoranza la Merkel, grazie a un accordo sempre più stretto proprio con Hollande, e trasformare il prossimo quinquennio in un periodo di crescita, sviluppo e riaffermazione della piena dignità degli esseri umani.

Come ha spiegato Jean-Paul Fitoussi (professore emerito all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma) in una significativa intervista a “l’Unità”: “Per uscire dalla crisi c’è bisogno di un programma europeo d’investimenti e di una strategia chiara per combattere la disoccupazione giovanile. Non sarà l’austerità, invece, a tirarci fuori dalla recessione”. E ha aggiunto: “Spesso si tende a non distinguere tra “spese” e “investimenti”, mettendo tutto nello stesso calderone. Non è così. Una visione progressista, ed europeista, deve saper rimarcare la differenza sostanziale. E proprio perché è in grado di far questo, può legittimamente sostenere che bisogna accettare un disavanzo per “causa investimenti”. E aggiungere che questo disavanzo deve essere fatto e gestito a livello europeo. L’Europa è il più grande Paese del mondo a non essere indebitato. La Commissione europea non è indebitata. C’è grande spazio per progettare il futuro. L’austerità non conduce da nessuna parte, perché fa abbassare il PIL e dunque non migliora il rapporto debito su PIL. Se c’è bisogno di soldi pubblici per stimolare gli investimenti, non bisogna aver paura del deficit. Se per un anno o due il deficit sfora i limiti di Maastricht, ma intanto l’economia riprende a crescere, alla fine il PIL aumenta e il disavanzo tende a rientrare. Bisogna ritornare alla crescita con una manovra espansiva di ampio raggio, che includa anche l’unione bancaria. Ma dev’essere una manovra concordata a livello europeo. Non possono essere i singoli paesi a farsi carico della ricapitalizzazione delle banche, indebolite dai titoli di Stato che hanno in portafoglio. Bisogna solamente avere delle politiche normali, come fanno negli Stati Uniti e anche in Giappone. Noi andiamo verso almeno un decennio perso e questo significa che andiamo verso una situazione di insostenibilità politica perché la democrazia non è compatibile con la disoccupazione di massa”.

Stranamente, le idee di Fitoussi e Krugman sono le stesse ribadite da Letta e Hollande nel recente vertice che si è svolto a Villa Madama, al centro del quale pare che i due abbiano posto, fra le altre cose, un’alleanza italo-francese su governance dell’Eurozona, crescita e occupazione per sfidare finalmente la Germania da una posizione di forza.

Peccato che al “mostro mondiale” queste idee non piacciano affatto, perché radicalmente nemiche del pensiero liberista e portatrici sane di quella visione progressista che caratterizzò la rinascita dell’Europa dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

E allora, qualche maligno sospetta che sia in atto una manovra occulta per indebolire entrambi, rendendo sempre più impopolare Hollande agli occhi dei francesi e accelerando la caduta del fragilissimo governo presieduto da Enrico Letta, in modo che a guidare l’Italia nel semestre di presidenza europeo sia qualcun altro. Naturalmente si tratta di illazioni prive di fondamento, alle quali ci rifiutiamo categoricamente di dare credito.

Roberto Bertoni

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