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Italia, investimenti dall’estero in nome del dio denaro

ROMA – Il Dio denaro fa sempre più da padrone e guai a chi si azzarda a dire il contrario. Insomma la corsa all’oro è diventata una pratica  così diffusa che anche le istituzioni, specie in quei Paesi poco propensi a sfruttare le proprie potenzialità, ci vanno a nozze.

E guarda caso l’Italia, che di eccellenze ne avrebbe da vendere, continua attraverso i suoi governanti a credere che l’unico modo di dare ossigeno ad una economia in sofferenza sia quella di portare dentro casa investimenti dall’estero.  Dalla delocalizzazione all’esclusione in casa propria il passo è breve e chissà quale potrebbe essere il conto da pagare.

Basta vedere l’Alitalia, il cui recente accordo con la compagnia degli Emiri, Etihad, sta diventando l’apripista per portare dal medio oriente linfa vitale alla nostra economia. Eppure fino a pochissimi anni fa hanno fatto carte false pur di mantenere viva l’unica compagnia di bandiera del trasporto aereo italiano.

E, manco a farlo apposta, adesso – come annunciato dal premier Enrico Letta –  arriveranno dal Kuwait  500 milioni di euro nel Fondo strategico italiano.  Sarebbe utile sapere  come saranno investiti questi denari, quali aziende saranno coinvolte e quali settori saranno scartati, perchè, come raccontano i fatti, si finisce troppo spesso a discutere di investimenti milionari e di facili soluzioni, ma non di piani industriali seri e credibili. E il nostro Paese, esattamente come Alitalia insegna, non ha mai avuto un vero piano strategico per risollevarsi da questa crisi economica, se non attraverso i tagli, che nella maggior parte dei casi,  sono ricaduti, e continuano a ricadere come un’accetta, sulle fasce più deboli della società.  

 

Perfino l’Unione Europea si meraviglia e spesso lo dice bacchettando l’Italia per la sua incapacità imprenditoriale di fronte allo straordinario patrimonio artistico-culturale che invece di diventare il volano dell’economia non solo italiana, ma di tutta l’Europa, è completamente ignorato. Anzi, di questo passo, rischia addirittura di andare perduto per sempre. Solo per ricordare qualche numero tra il 2008 e il 2011 i tagli alla cultura hanno raggiunto un meno 35%, (Rapporto dalla Eenc commissionato per conto della Commissione Europea ndr). 

Un appello in tal senso lo ha lanciato neanche un mese fa dalla Città del Libro di Roma il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Massimo Bray: “L’Italia è un Paese finito se non investe sulla cultura, mettendola tra le priorità e considerandola un volano per lo sviluppo”.  

E infine ci sarebbe un’altra grande risorsa, ovvero l’agricoltura, che stando all’ultimo rapporto Istat godrebbe pure di buona salute rispetto alla recessione in atto. Allora perchè non tentare di rilanciare un piano in questi due importanti settori, più che strategici? Sarebbe la naturale vocazione di questo “fortunato” Paese, che non sappiamo ancora cogliere. Finiremo per svendere anche l’Italia, come abbiamo fatto con Alitalia.

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