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ROMA – Sono incerte e deboli le previsioni che riguardano una possibile uscita dalla crisi dell’Italia. Un pugno di decimali di Pil – tanti sono quelli che pochi giorni fa ci ha ricordato al Forex il Governatore della Banca d’Italia Visco – nella migliore delle ipotesi destinati a tradursi in un “nulla di fatto”.

La persistenza della crisi induce curiosamente a credere che l’uscita dal tunnel sia sempre più prossima e che prima o poi si farà sentire l’effetto di traino esercitato dalle economie dei paesi emergenti. Se non fosse che già da qualche tempo lo stato di salute di queste ultime appare assai meno roseo e che le indicazioni sullo stato del sistema produttivo del Paese continuano a segnalarne la sostanziale fragilità. Ne è prova la recente conferma della caduta tendenziale della produzione industriale, specchio di una domanda sempre più debole (e in diminuzione) sul fronte interno, e di esportazioni in crescita – come mostrano gli ultimi dati sul commercio estero di fine anno – ma ancora in misura insufficiente, a causa della stagnazione della domanda estera.

La persistenza della crisi deve dunque essere letta in termini di una caduta tendenziale della domanda, che ha trascinato con sé la base industriale dell’Italia, e tale da non trovare compensazione nell’aumento delle vendite all’estero. Su queste ultime va però detto che la crescita non è ascrivibile ai soli mercati extra-comunitari, ma ha riguardato significativamente anche quelli europei con un aumento delle esportazioni di prodotti di più elevata qualità, confermando che “la capacità di innovare i prodotti e i processi produttivi, …. [e] di raggiungere i [mercati] più dinamici” – come richiamato dallo stesso Visco – “demarca la linea di confine tra le imprese che continuano ad espandere il fatturato e l’occupazione e quelle che invece faticano a rimanere sul mercato.” Un punto di vista ribadito d’altra parte anche dalla Commissione europea il 17 febbraio u.s., che, presentando la sua “Relazione sulla struttura industriale dell’UE 2013” ha sottolineato come “le industrie manifatturiere ad alta tecnologia non hanno subito lo stesso grado di impatto negativo di altri settori industriali.”

Insomma, il manifatturiero e l’economia nazionale hanno un futuro se si combinano più fattori: ripresa della domanda interna (ovvero fine dell’austerità in Italia), ripresa della domanda europea e mondiale (quindi fine dell’austerità altrui) e politiche industriali (invece che fuorvianti riforme del mercato del lavoro). Una sfida tutt’altro che semplice, mancando le precondizioni per tutti e tre i fattori.

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