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Le telecamere per non decidere nulla

ROMA – Inutile girarci intorno: la diretta streaming di oggi pomeriggio fra il PD e il Movimento 5 Stelle si è conclusa con un nulla di fatto. Ed era ovvio che finisse così, viste le premesse e la scarsa, per non dire nulla, volontà di entrambe le parti di trovare il benché minimo accordo. No, Renzi e Grillo non avevano alcuna intenzione di confrontarsi sul serio, tanto che l’ex comico non si è nemmeno presentato e il presidente del Consiglio è venuto con il preciso intento di porre una pietra tombale sull’avvio di un dialogo che, in realtà, non è mai cominciato.

Perché Renzi ha già deciso a gennaio con chi confrontarsi per riformare, in un pacchetto completo prendere o lasciare, la Costituzione e la legge elettorale, e ha scelto senza alcuna esitazione Berlusconi e il centrodestra, inserendosi nella scia di una tradizione ampiamente fallimentare della sinistra che negli anni è costata amare delusioni a leader assai più navigati e avvezzi di lui alla trattativa.

Almeno stavolta, dunque, non ha fatto una “cosa di destra” bensì ha commesso il solito, madornale errore di una certa sinistra di scambiare Berlusconi per uno statista interessato alle sorti del Paese, non tenendo minimamente conto della realtà, ossia del fatto che al sire di Arcore delle riforme epocali per ammodernare il sistema politico e rendere più efficiente l’assetto istituzionale non importa nulla, dato che il suo unico problema, l’unica “riforma epocale” che ha sempre avuto in mente riguarda il sistema giudiziario per ragioni che è superfluo stare qui a spiegare.

Pertanto niente, a parte uno scambio di battute al vetriolo fra Renzi e il vice-presidente della Camera, Di Maio, anche perché, va detto per onestà, la riforma della legge elettorale presentata dai grillini è davvero indigeribile: fatto salvo il proporzionale, che a nostro giudizio dovrebbe essere addirittura puro come accadeva nella vituperata Prima Repubblica, le altre proposte non stanno davvero né in cielo né in terra, su tutte l’assurdità della preferenza negativa che in determinate regioni, con buona pace dell’entusiasmo dell’onorevole Toninelli per il modello svizzero, comporterebbe di fatto la sistematica esclusione di quei candidati onesti che danno molto fastidio ai “mammasantissima” degli appalti, delle cosche, delle cricche e di tutte le lobby che prosperano nell’oscurità grazie ai favori occulti di una certa politica agli amici e agli amici degli amici.

D’altronde, bastava vedere l’atteggiamento di Renzi per rendersi conto, fin dalle prime battute, che questi cinquanta minuti di finto confronto a favore di telecamera non avrebbero condotto da nessuna parte. Bastava ascoltare i suoi toni, le sue battutine, il suo sarcasmo sempre più pungente per comprendere che il Presidente del Consiglio non si è seduto al tavolo per cercare un’intesa con un movimento che, in realtà, non sopporta, cui vuole solo strappare i voti e che sarebbe ben felice di condannare all’irrilevanza; si è seduto a quel tavolo per giustificare una decisione già presa agli occhi dei suoi elettori, avendo ben presente la sorte toccata a Grillo per essersi rifiutato di andare a vedere le carte del rivale quando avrebbe potuto metterlo al tappeto.

Ma Renzi non è Grillo: è più furbo, più spregiudicato, conosce alla perfezione i meccanismi della comunicazione e del consenso e ha una rara capacità di entrare in sintonia con gli umori del Paese; inoltre, e questa virtù è alla base della sua rapida ascesa, sa imparare dagli errori degli altri e sta ben attento a non commetterli a sua volta. Il guaio è che anche a lui le riforme epocali interessano fino a un certo punto: essendo un uomo onesto, non ha bisogno di attaccare giorno e notte la magistratura; tuttavia, la pur necessaria revisione del sistema gli sta a cuore più per piantare una bandierina e potersi vantare agli occhi dell’elettorato di essere riuscito là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito che perché ne comprenda fino in fondo la necessità e l’urgenza.

Se così fosse, infatti, non avrebbe esitato un solo istante a far sua la bozza Chiti, peraltro condivisa dalla stragrande maggioranza dei partiti che siedono in Parlamento, e ad abbracciare il proporzionale puro per quanto riguarda la Camera: il sistema ideale per un partito che ha superato il quaranta per cento e che è destinato ad essere, per anni, al centro del nostro contesto politico.

Riproponendo lo stanco “mantra” della governabilità e lo stantio dibattito sul doppio turno alla francese, invece, il Presidente del Consiglio ha fornito l’ennesima dimostrazione dell’improvvisazione con cui sta affrontando questioni cruciali per il futuro dell’Italia, evidentemente ignorando che non esiste un solo paese in cui la sera delle elezioni si sappia chi governi, per il semplice motivo che, al massimo, si può conoscere chi è arrivato primo ma qualunque coalizione che abbia un minimo di senso (vedasi alla voce Germania) si compone dopo, in seguito ad accordi che mal si addicono a un uomo che pensa di poter raddrizzare in pochi mesi le storture e le mancate riforme di un trentennio.

Peccato che per compiere un ragionamento di questo livello occorra uno statista. Renzi, finora, ha dimostrato di essere solo un abile politico.

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