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Più che di crisi dobbiamo parlare di catastrofe. La parola d’ordine è globalizzare i diritti

ROMA – Il XII Rapporto sui Diritti Globali presentato oggi nella sede nazionale della Cgil è a dir poco drammatico. Ormai, infatti, più che di crisi dobbiamo parlare di catastrofe globale. Catastrofe che altro non è che il risultato di scelte politiche sbagliate e spesso disastrose.

Insomma, se questa era la globalizzazione a cui l’Europa auspicava, siamo giunti a un punto di non ritorno, sfatando anche la fatidica frase che voleva la crisi lasciata dietro alle nostre spalle. Bè così non è. Gli indicatori economici e soprattutto quelli sociali fanno emergere un quadro drammatico in costante peggioramento. Non si tratta di essere pessimisti, poiché i numeri parlano da soli: in Europa 10 milioni di persone hanno perso il lavoro, portando a 27 milioni il numero dei disoccupati. Le classe povere sono cresciute di 13 milioni unità, sommandosi alle 124 milioni di persone a rischio di esclusione sociale.

Numeri e percentuali a conferma della situazione che tutto il vecchio continente sta attraversando. E anche Italia nel suo piccolo dimostra  dati tutt’altro che incoraggianti. Basti pensare al numero raddoppiato di quanti vivono in condizioni di povertà assoluta. Parliamo dell’8% della popolazione complessiva italiana. Per non citare il tasso di occupazione che registra livelli del 2002. Non è un caso se tra il 2012 e il 1013 oltre 400mila persone hanno perso il posto di lavoro, mentre se le contiamo dall’inizio della crisi sfioriamo quota 1 milione. Chi ha perso il lavoro non lo avrà più, chi lo cerca non lo troverà mai, mentre le imprese continuano a chiudere i battenti. Dal 2008 ne sono scomparse  134mila. Ma non è tutto. Poi ci sono i suicidi della crisi, sui quali ancora non esiste neppure un osservatorio ufficiale, tant’è che nel 2013 i dati parlano di 149 persone che si sono tolte la vita.

Stando al rapporto la colpa di questo tsunami è l’inevitabile risultato di scelte economiche e politiche precise. O meglio, scellerate, visto che non sono mai stati fatti investimenti per promuovere e sostenere l’occupazione e la crescita, magari sfruttando le singolari vocazioni degli Stati membri. Sul banco degli imputati la BCE, l’FMI, la Commissione Europea e la famigerata Troika. Tutti accusati, sotto il segno della globalizzazione selvaggia, di aver spremuto i lavoratori e di aver soprattutto impoverito  intere classe sociali. Grecia, Portogallo e Spagna sono solo l’apri pista di una conseguenza con la quale probabilmente tutti prima o poi dovranno scontrarsi.

Di sicuro le ricette per uscire da una crisi epocale come questa non esistono, se non quelle di cambiare radicalmente il modus vivendi contro un sistema economico ormai imploso, che non potrà più funzionare per com’era stato pensato. E per far questo ci vuole non solo  un mix di forza politica, consenso e cooperazione sociale, ma soprattutto bisogna definire una nuova scala di valori economici, culturali e sociali . Insomma, la globalizzazione deve diventare tutt’altra cosa e risorgere dalle ceneri delle logiche mercantili a cui si è ispirata finora. Come ha scritto Luciano Gallino, “i Parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l’Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di Stato in atto”. Le alternative invece sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società, dei popoli. Per contrastare quel “colpo di Stato”, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità e giustizia sociale. Globalizzando i diritti.

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