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Jean Gili: “La politica fatica a inventare il futuro”

ASSISI (nostro inviato) – Jean Gili, docente alla Sorbona di Parigi,  è tra i più noti critici francesi e storici del cinema, in particolar modo di quello italiano. A tal proposito Ettore Scola ha scritto di lui: “Tra gli specialisti stranieri del cinema italiano, Jean Gili è sicuramente uno dei più acuti, meglio informati e meno noiosi”. E’ autore di tredici opere, tra le quali L’Italia di Mussolini e il suo cinema, che ha annullato le idee superficiali circolanti sulla nostra settima arte. Jean Gili ha fondato il festival del cinema italiano di Annecy e l’associazione francese di ricerche storiche sul cinema: AFRHC. Giuseppe Tornatore è riuscito a mobilitare da Parigi questo illustre studioso che,  in questa intervista a Bruna Alasia,  ci parla dello stato di salute dei festival francesi a confronto con il nostro paese.

D. La crisi economica in Europa come ha cambiato il fare festival?

J. G. C’è un lato positivo e negativo. Il lato positivo sta nel  meno feste, meno tappeto rosso, meno inviti a divi e divette… i festival hanno trovato una strada nuova più seria, cercano di inserirsi meglio  nel circuito dell’arrivo delle pellicole al pubblico, accolgono più critici e giornalisti e meno stars. Il lato negativo sta nel fatto che comunque un festival ha bisogno di tanti soldi, un festival costa: bisogna trovare le pellicole, un tempo i film venivano dati gratuitamente dai distributori o dagli aventi diritto mentre adesso chiedono soldi, minimi garantiti. Il budget di un festival può incidere sul contenuto del festival stesso. Per non parlare dei festival che scompaiono…chi gestisce il denaro pubblico lo sta dando sempre più ai grandi festival perché sono quelli che richiamano più stampa, mentre i festival più piccoli, monografici, fanno ogni giorno  più fatica a sbarcare il lunario.

D. Le restrizioni ai festival minori penalizzano la ricerca culturale?

J.G. Il festival è sempre stato un luogo alternativo. Si parla ad esempio di film da festival, film che sono fatti pensando a questo spazio e non tanto al successo popolare e alla distribuzione in sala. In Italia un festival come quello di Pesaro, che è una mostra internazionale del cinema nuovo, è fondamentale. E lo è anche per le sue pubblicazioni,  mentre purtroppo c’è chi considera le pubblicazioni qualcosa su cui risparmiare. Dunque il lato culturale del festival è  il più esposto a una riduzione di attività.

D. In Italia si è disinvestito in cultura, in Francia c’è una situazione diversa?

J.G. E’ la stessa. I tagli finanziari esistono in Italia ed esistono in Francia. Le difficoltà sono uguali, forse in Italia c’è un numero di festival più importante che oltralpe, anche se ultimamente sono nate molte rassegne. Ma le difficoltà che si incontrano sono davvero  simili.

D. Secondo lei a cosa è dovuta questa immaturità della politica?

J.G. I politici fanno fatica ad inventare il futuro. A loro serve una resa dei conti immediata, investimenti che diano  subito qualcosa. Ciò che restituisce  la cultura ha invece bisogno di tempo e il politico che vuole un riscontro a breve termine non investe in cultura. Può investire al massimo  nelle feste o  negli spettacoli. Io ad esempio faccio il festival del cinema italiano ad Annecy e constato che siamo più aiutati dallo stato che dalla città, per  la città  dobbiamo cavarcela da soli.

D. La crisi economica ha influito anche sul talento nel cinema italiano?

J.G. No, non condivido questa visione. Da sempre si legge che il cinema italiano è in crisi. Ha attraversato forse dei periodi più difficili, ma la crisi non ha impedito la nascita di un Sorrentino, di un Garrone, di un Munzi, di un Crialese.  Io che faccio un festival del cinema italiano,  in questi ultimi anni non ho faticato a trovare bei film. La crisi c’è, ma non impedisce il talento.

D. Si può constatare come molte iniziative culturali resistano e lascino il segno. E’ un’indicazione anche per risolvere alcune difficoltà sociali?

J.G. Di sicuro. Il problema è come coinvolgere una città o  una provincia. Qui ad Assisi tira un’aria diversa: ogni anno ci sono gli incontri e  c’è  il libro, che viene mandato in giro e produce conoscenza. Il libro ha un costo, ma è lui che fa vivere la rassegna a lungo e che diffonde l’informazione. Questo, per il buon politico, dovrebbe divenire  importante.

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