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ROMA – Non sono gli effetti speciali a rendere affascinante l’ultimo film di Ridley Scott. 

In Italia è l’ora di “Exodus: Dei e Rei”; quando è la Bibbia ad ispirare le arti, in modo particolare il cinema, il teatro e la letteratura, è indispensabile un breve chiarimento e nel caso del film di Scott la precisazione potrebbe tornare utilissima, per non trascorrere due ore e trenta pentendosi della scelta compiuta. Nell’Antico Testamento esiste un solo episodio in cui Dio, Jahve, si mostra in forma umana. 

L’esegesi cristiana considera questo avvenimento come uno dei numerosi annunci del mistero della trinità: alle Querce di Mamre, capitolo 18 di Genesi, il Signore appare ad Abramo, che vede tre uomini in piedi presso di lui. Il patriarca corre loro incontro e si prostra a terra, invitando Dio a riposare nella sua tenda. Ai tre offre acqua e cibo per ristorarsi: dopo aver mangiato, il Signore gli annuncia la nascita di un figlio, Isacco, con cui stabilirà la sua alleanza; i tre poi si alzano per andare a contemplare Sodoma dall’alto, vicenda di cui tutti conosco l’epilogo.

Tra gli elementi più suggestivi di tutti gli altri incontri che Dio ha con Noè, Abramo, Mosè, Giosuè,  soprattutto se in ballo ci sono le arti figurative o visive,  è l’assenza di forme concrete: gli eventi raccontati nella Bibbia si sottraggono ad una rappresentazione corporea di Jahve.

 Tutto sembra quasi svilupparsi nella mente dei protagonisti, più che nello spazio e nel tempo; il cinema non può che scorgere in questa assenza di confini materiali la preziosa opportunità di agire da esegeta, parafrasando  ciò che è appena accennato, ampliando particolari, dilatando la profondità dei rapporti tra le cose e le persone.

Scrisse Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1928: “Il Midrash sta alla Bibbia come l’immaginazione sta alla conoscenza”;  l’ultimo film di Ridley Scott ha proprio questa forza, quella di un midrash,  di una libera interpretazione dei fatti dalle tinte a volte leggendarie, altre volte intime. 

Chi si aspetta grandiose e terrificanti immagini del Dio di Israele a colloquio con Mosè rimarrà a bocca asciutta: è inutile negare che in molti, conoscendo i trascorsi del regista, acquisteranno il biglietto domandandosi quale strada abbia scelto per dare un volto all’inesprimibile, a Dio.

Scott ci stupisce proponendo il dramma di un uomo perseguitato da un passato irrisolto: Mosè non è egiziano, ma ebreo e nel film il conflitto sembra accompagnarlo da sempre. Una pulsione insopprimibile lo porta a rinnegare una volta per tutte i privilegi e lo sfarzo di un passato che non gli appartengono. 

Per lui una nuova famiglia: dai campi di battaglia al gregge di Ietro; cambia la sua vita, ma è ancora schiavo di ciò che è stato. 

Ed è proprio qui che gli spettatori si divideranno come le acque del “Miracolo del mare”. Dio si rivela a Mosè con le sembianze di un fanciullo, deciso come sa essere un bambino quando desidera qualcosa, curioso e capace di interrogare le regioni più profonde dell’animo di un adulto.

Molti si sentiranno delusi, forse traditi.  Altri, invece, avvertiranno in questa scelta qualcosa di misterioso, più grande di tutte le possibili soluzioni digitali che Scott avrebbe potuto impiegare per rappresentare il Dio di Israele, maestoso e tremendo.

Gli incontri tra i due attraversano il film ed il cuore di chi, al buio, seduto in sala incomincia a credere che quel Dio-bambino rappresenti anche la coscienza di Mosè, quella voce che non smette di perseguitare l’uomo quando non ha compiuto il proprio dovere e che lo accompagna fino all’ultimo istante di vita.

Non c’è termine di paragone con il colossal di Cecil B. DeMille del 1956. I paesaggi costruiti al computer possono anche mozzare il fiato, ma non è questo l’ingrediente segreto di Ridley Scott, che con questo film, dedicato al fratello morto suicida nel 2012, firma una delle sue opere più grandi.

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