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Il flop delle liberalizzazioni renziane

ROMA – Mentre il mantra delle privatizzazioni continua ad essere il faro delle elites politico-finanziarie che governano il paese (Legge di stabilità, Sblocca Italia, spinta sui trattati TTIP e TISA), restano relegati in un angolo gli studi che, a 20 anni di distanza dall’avvio delle liberalizzazioni, ne dimostrano il totale flop, non solo in riferimento agli impatti sociali –la progressiva perdita di ogni funzione pubblica e sociale- bensì anche nel merito delle promesse fatte, ovvero la drastica riduzione delle tariffe come risultato del libero agire della concorrenza.

Lo studio recentemente pubblicato dalla Cgia di Mestre è da questo punto di vista inequivocabile: solo i prezzi dei medicinali e delle tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione. E si tratta di settori per i quali la diminuzione dei costi si spiega più con la continua evoluzione, per l’alto tasso d’innovazione tecnologica (telefonia) e di ricerca scientifica (farmacia) che non con motivazioni intrinsecamente legate alla “bontà” della concorrenza.

Per il resto, assistiamo a ciò che da sempre abbiamo denunciato: le liberalizzazioni non fanno che sostituire un monopolio pubblico con oligarchie private, trasformando nel contempo il servizio d’interesse generale in merce da cui estrarre più dividendi possibili.

Vediamo alcuni dati sull’andamento delle tariffe dal 1994 ad oggi: le assicurazioni sui mezzi di trasporto sono aumentate del 184,1% (4,2 volte in più del costo della vita); i servizi bancari e finanziari sono saliti del 109,2% (2,5 volte più dell’inflazione); i trasporti ferroviari hanno registrato un aumento dei prezzi del 53,2 (il doppio dell’inflazione); i pedaggi autostradali sono aumentati del 69,9 % (inflazione +36,5%); i servizi postali sono saliti del 40,4% (inflazione +36,5%); sono triplicati i prezzi dei trasporti urbani ( +27,3% con inflazione a +9%); e sono “naturalmente” aumentati il gas (+43,2% con inflazione a +23,1%) e l’energia elettrica (+21% con inflazione +13,6%).

Una disfatta per l’ideologia liberista e per le tasche dei cittadini, ma mentre queste ultime hanno un effetto concreto e percepibile, la prima sembra continuare la propria folle navigazione, senza che in alcuna sede pubblica e/o elettiva si apra una discussione seria, documentata e approfondita sull’impatto di oltre due decenni di privatizzazioni sull’economia e sulla società.

Come un novello direttore d’orchestra sul Titanic, il governo Renzi, dopo aver fatto della precarietà l’unico orizzonte per tutto il mondo del lavoro, dell’abbandono a se stessa l’unico destino di una generazione di giovani, delle istituzioni un simulacro della monarchia assoluta dei mercati, mette sotto attacco –a suon di vendita del patrimonio pubblico e di grandi multiutility per tutti i servizi pubblici locali- gli enti locali e la democrazia di prossimità, senza la quale ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale. Serve una reazione forte, consapevole, diffusa in ogni territorio da parte dei movimenti sociali, delle reti di cittadinanza attiva, dei comitati in difesa dei beni comuni, dei cittadini tutti.

Perché non è Atene e non sarà Madrid a risolvere il problema di come trasformare questo paese. Né scorciatoie variamente declinate, ma tutte interne alla sfera ormai desueta della politicismo istituzionale.

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