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Fermati 15 migranti. Hanno buttato in mare 12 persone

PALERMO – Sono accusati di omicidio plurimo, aggravato dall’odio religioso i 15 immigrati fermati dalla Polizia di Palermo perché sospettati d’avere gettato in mare 12 compagni di viaggio al culmine di una rissa scoppiata per motivi religiosi a bordo di un barcone soccorso nei giorni scorsi nel Canale di Sicilia.

I fermati sono di nazionalità ivoriana, malese e senegalese, e a puntare il dito contro di loro sono stati altri migranti nigeriani e ghanesi sbarcati al porto del capoluogo siciliano a bordo della nave ‘Ellensborg’, nella mattinata di ieri. In quella circostanza, poco più di 100 cittadini africani, raccolti alla deriva nel mar mediterraneo, sono stati riprotetti sulle coste palermitane. E’ stato così che la poderosa macchina dell’accoglienza, approntata da istituzioni ed associazioni, ha fatto anche stavolta il suo corso.Durante le fasi dei soccorsi, la  sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile di Palermo, non ha tralasciato di sviluppare gli spunti investigativi necessari a far luce sulla tragica traversata.

L’ombra di una nuova tragedia si profila nel dramma senza fine dei migranti che dal Nord Africa cercano ormai quotidianamente di raggiungere l’Europa. Secondo quanto riferito da un gruppo di migranti arrivato ieri scorsi a Palermo, a bordo di uno dei tanti barconi soccorsi nel Canale di Sicilia sarebbe scoppiata una violenta rissa per motivi religiosi, culminata con il lancio in mare di 9 migranti. Secondo quanto riferito da fonti della Procura di Palermo, sembra che a scontrarsi siano stati musulmani e cristiani.I primi avrebbero avuto  la meglio sui secondi, lanciandoli in mare. Non si sa al momento se le 9 persone siano state scagliate in acqua da vive, o dopo essere state uccise a bordo del barcone. Quindici i migranti fermati, tra loro c’è anche un minorenne, e tutti di religione musulmana. A puntare il dito contro i 15 compagni di viaggio sono stati gli altri migranti che si trovavano a bordo del barcone. Un rapporto è stato consegnato stamattina al procuratore aggiunto Maurizio Scalia. La Procura adesso ha 48 ore di tempo per chiedere la convalida dell’arresto.

Le testimonianze

Sono stati i racconti di una decina di migranti, tutti di nazionalità nigeriana e ghanese, a fornire agli agenti della Squadra Mobile di Palermo «particolari agghiaccianti» sul viaggio intrapreso dalle coste libiche e, in particolare, sulla lite scoppiata durante la traversata fra alcuni migranti di fede cristiana e musulmana arrivati ieri al porto di Palermo. «I naufraghi – raccontano gli inquirenti – parecchi dei quali in lacrime, hanno raccontato di essere superstiti, ma non di un annegamento provocato dalle avverse condizioni meteo o dall’inefficienza del natante, ma generato dall’odio umano». Imbarcati il 14 aprile su un gommone partito dalle coste libiche e stipato di 105 passeggeri, durante il viaggio nigeriani e ghanesi, in minoranza, «sarebbero stati minacciati di morte, in particolare di essere abbandonati in acqua, da una quindicina di passeggeri di nazionalità ivoriana, senegalese, maliana e della Guinea Bissau».

 Il motivo del risentimento, a quanto hanno raccontato i sopravvissuti, sarebbe stato il credo cristiano delle vittime al contrario di quello musulmano professato dagli aggressori. «Le minacce – raccontano gli inquirenti – si sarebbero concretizzate di lì a poco e avrebbero visto soccombere tra i flutti del mar mediterraneo dodici individui, tutti di nazionalità nigeriana e ghanese. I superstiti si sarebbero salvati soltanto perché oppostisi strenuamente al tentativo di annegamento, in alcune casi formando anche una vera e propria catena umana». 

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