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ROMA – “Renzi non è certo Berlusconi”. Me lo sono sentito ripetere spesso in questi mesi da quanti criticavano le mie critiche al presidente del Consiglio.

E devo ammettere che chi lo diceva non aveva poi tutti i torti. In effetti, nemmeno Berlusconi aveva posto la questione di fiducia su una legge elettorale contestata dalle minoranze parlamentari, come fu ilPorcellum e come è l’Italicum. Soprattutto perché, a giudicare dai voti sulle pregiudiziali, per di più a scrutinio segreto, regno dei temibili agguati e delle trame oscure, neanche era necessaria.

Renzi ieri l’ha fatto. Chiedendo al Parlamento di esprimersi con un voto di fiducia sulla legge che ne disciplinerà le future elezioni, avoca a sé tutto il peso della scelta e, al contempo, sottrae a quell’aula la facoltà di modificare il provvedimento. Nei fatti, ne fa la camera di ratifica delle sue decisioni: prendere e lasciare, o come direbbe lui, “possono mandarmi a casa, ma non possono fermarmi”. E il bello, o il brutto, a seconda dei gusti, è che temo non faranno né l’una, né l’altra cosa.

Peccato. E dire che all’Esecutivo è ben chiaro che la legge elettorale sia solo uno dei due tasselli di una modifica che, coinvolgendo con un altro anche la Costituzione, disegna un nuovo e differente assetto del sistema, e molti di essi e di quanti ,con giuliva prepotenza o con più seriosa abnegazione, li seguono e sostengono, si ritengono quasi novelli ri-costituenti. Peccato, dicevo, che simile sentire non sia pari ad altrettanto sentimento dell’importanza di condividere, e non decidere, il percorso di riforma delle istituzioni comuni. Verrebbe voglia di ricordare loro le parole che un certo Sergio Mattarella, nell’ottobre del 2005, rivolse a coloro che all’epoca sedevano dal lato dei goveranti, mettendo a confronto le differenze col procedere dei costituenti del ’46-’47.

“Le istituzioni – diceva l’allora deputato – sono comuni: è questo il messaggio costante che in quell’anno e mezzo è venuto da un’Assemblea costituente attraversata da forti contrasti politici. Per quanto duro fosse tale contrasto, vi erano la convinzione e la capacità di pensare che dovessero approvare una Costituzione gli uni per gli altri, per sé e per gli altri. Questa lezione e questo esempio sono stati del tutto abbandonati”.

Adesso, invece, sulla legge elettorale, gamba sinistra della nuova forma di governo, si pone la fiducia, mentre per la riscrittura della Costituzione, gamba destra, non potendo portare quella questione, si è fatto leva sulle capacità persuasive delle dimissioni,minacciate o lasciate intendere, quali detonatore per la fine della legislatura.

È un peccato, dicevo. Anche perché stiamo discutendo della qualità della democrazia nel nostro Paese, e il disegno che stanno per approvare non mi piace affatto, e non riuscirei mai a votare ancora per chi lo voterà, perché le parole hanno un senso, e se ne abbiamo sprecate tante contro quei dispositivi, poi non si può fingere che si siano scritti e definiti da soli.

Però, ex malo bonum, la fiducia ha il merito di essere palese. E palesi rende anche le altre cose. Chiarisce chi sta da una parte e chi dall’altra, così da rendere chiare pure le indicazioni per quelle scelte su chi o per cosa votare. Così come, aspetto più interessante, rende esplicite le posizioni riguardo alla democrazia e alle istituzioni della nuova classe dirigente e della élite al potere e la loro visione di quello che sono o dovrebbero essere i rapporti di forza in quel contesto, il ruolo degli istituti rappresentativi e la funzione dei corpi intermedi.

Sebbene, a onor del vero, non si può dire che, in questi mesi di tronfia vacuità prepotentemente arrogante, queste abbiano fatto molto per nascondere la loro singolare, almeno quanto interessata e limitata al proprio “particulare”, Weltanschauung.

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