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Cara Juve, grazie lo stesso

ROMA – Per una volta, parliamo di calcio, di bel calcio. E parliamo di sport, di pulizia, di onestà, di correttezza: valori imprescindibili eppure spesso estranei alla nostra società e a un mondo troppo ricco e troppo illuminato dai riflettori per conservare la sua naturale bellezza.

Parliamo di Xavi, per esempio: il capitano del Barcellona alla sua ultima recita con i blaugrana, dopo una carriera lunga diciassette anni e scandita dalla conquista di innumerevoli trofei. Luis Enrique lo ha mandato in campo nella ripresa al posto di Iniesta, quando ormai aveva capito che la vittoria era in cassaforte, e gli ha regalato la passerella finale, l’addio che tutti i fuoriclasse sognano di vivere e che lui ha realizzato, grazie a una professionalità, a una classe e a un rispetto dei compagni e degli avversari assolutamente fuori dal comune. Lo abbiamo visto, al termine della partita, abbracciare dolcemente Andrea Pirlo: un gesto spontaneo, che va ben al di là del desiderio di consolare il rivale sconfitto. Xavi, infatti, ha abbracciato Pirlo per rendere omaggio alla sua immensa classe, tramortita da quella sinfonia perfetta che per tanti anni ha avuto l’onore di guidare, e crediamo fosse sincero quando, alla vigilia dell’incontro, ha asserito in un’intervista a “La Gazzetta dello Sport” di augurarsi che l’amico perdesse onde evitare che desse seguito all’idea di concludere la propria carriera.
Che dire di fronte a un personaggio così? Ammirazione, stima, affetto e, infine, gioia perché a festeggiare è un uomo che ha insegnato a tutti noi il valore della bellezza, un campione che ha dispensato arte e magia su tutti i campi, un giocoliere con i piedi da artista e la testa da ragioniere, un trascinatore senza enfasi e senza boria, conoscitore della poesia in tutti i suoi meandri e, soprattutto, un gentiluomo capace di farsi da parte con eleganza rara, accettando il ruolo di primo cambio dopo essere stato a lungo un attore inamovibile di quell’orchestra senza eguali.
E che dire di Messi e dei suoi arabeschi, della sua velocità travolgente, dei suoi passi di danza al ritmo di una Formula 1, della sua umiltà nel mettersi al servizio degli altri pur essendo il più grande di tutti? E Iniesta, funambolo del centrocampo, e Suarez e Neymar, degne spalle di re Leo, e Rakitic, autore del primo gol, che ha oggettivamente spezzato le gambe alla Juventus? Come commentare l’armonia di questi ragazzi con la vita negli occhi e il sorriso sulle labbra se non rendendo omaggio al loro sconfinato talento che si mescola con un senso della misura, del limite e della disciplina pressoché scomparso in quel mondo di palloni gonfiati ultra-milionari che si considerano al di sopra di ogni critica e di ogni regola per il solo fatto di essere ricchi, famosi e acclamati dalla gente?
E cosa dire di questa Juve che si è battuta con grinta ed orgoglio contro un avversario onestamente invincibile, fino a raggiungere il pareggio con Morata, prima di soccombere sotto i colpi di Suarez e Neymar?
Cosa dire alla Vecchia Signora se non grazie per quest’annata straordinaria che ha fatto esultare noi tifosi e restituito attenzione, dignità e credibilità al calcio italiano?
Cosa dire della saggezza di Buffon, ancora sconfitto ma per nulla arreso e pronto a riprovarci il prossimo anno? E di Pirlo e Morata in lacrime? E di Marchisio, consapevole che ieri sera non solo non si è concluso un ciclo ma che sono state gettate le basi per nuove future vittorie? E che dire dello sfortunato Pogba, che ha ancora tutta la carriera e tutta la vita davanti per togliersi soddisfazioni inimmaginabili?
Una volta tanto, in quest’epoca di furbetti e furbastri, si può asserire senza remore che abbia vinto il merito, che abbiano trionfato i più forti, i più bravi, gli esempi che vorremmo sempre vedere al cospetto di tanta, dilettantesca, ingiustificabile arroganza. Quanto alla Juve, e qui parlo da tifoso prima ancora che da cronista, la sostituzione del renzismo applicato al calcio (Conte) con un tecnico non meno preparato e umanamente assai più gradevole, in primis per i giocatori, ha fruttato un’annata all’insegna di ottimi risultati sul campo e dell’affermazione di un’altra idea di calcio e di convivenza nel gruppo, di un altro modo di intendere i rapporti fra le persone e di un approccio basato sul confronto e sulla condivisione, senza eccessi e nel solco di un’apprezzabile sobrietà.
Pertanto, grazie a entrambe: alla Juve per aver reso nuovamente competitivo il nostro movimento e fatto scuola in senso positivo e al Barcellona per averci ricordato che di partite del genere non si ricorda tanto il risultato quanto le emozioni provate mentre si andava componendo questo mosaico di meraviglia sportiva e, più che mai, di grandezza umana.

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