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Venezia 72. “Spotlight”: la chiesa e l’abuso sui minori. Da non perdere

LIDO DI VENEZIA (nostra inviata) – “La Chiesa ha permesso l’abuso sui minori per anni” questo fu il titolo che nel 2002, in prima pagina, pubblicò il Boston Globe, il quotidiano che fece esplodere, negli USA e poi in tutto il mondo, il caso dei preti pedofili grazie ad una accurata inchiesta fortemente voluta dal direttore del giornale che affidò il delicato ed arduo compito dell’indagine ad un team di giornalisti nominato “Spotlight”.

L’inchiesta smascherò i preti che commisero quei reati, ma soprattutto portò alla luce tutto un sistema di capillare copertura e insabbiamento perpetrato per decenni dal clero con il bene placet di alcune figure istituzionali bostoniane, di alcuni noti avvocati che attraverso le mediazioni con le vittime ne fecero un business, e di una certa società cattolica bigotta che non voleva né vedere né sentire né, tantomeno, ammettere e meno che mai denunciare.

Questa è la storia vera narrata nel film che passa oggi, purtroppo fuori concorso, alla 72a Mostra del Cinema di Venezia e il cui titolo si riferisce proprio a quel team di reporter: “Spotlight” appunto, diretto da Thomas McCarthy ed egregiamente interpretato da Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci. Il lungometraggio è asciutto nella narrazione, nella regia e nei dialoghi; privo di retorica anche nel finale. È un film che fa male, ma che vale la pena di correre a vedere perché è necessario non rimuovere. Nessuno deve dimenticare che abusando anche del nome di Dio alcuni preti criminali e malati, a Boston ben 80, hanno distrutto le vite dei ragazzini che hanno violato, selezionandoli fra le famiglie più difficili e indigenti.

L’inchiesta del Boston Globe e il clamore che ne seguì in tutto il mondo fece sì che le vittime di quelle violenze, anche in Italia, riuscissero con dolore a fare outing e a denunciare gli abusi subiti. Il mea culpa della Chiesa fu tardivo, considerata la natura stessa di questa, ma grazie a Papa Francesco, oggi, la reazione del Vaticano è divenuta più forte e decisa. La strada però è lunga: il film denuncia la presenza di un prelato coinvolto nell’inchiesta e trasferito a Roma presso la Basilica di Santa Maria Maggiore.
L’altro, ma non secondo, motivo per cui “Spotlight” è un film da non perdere, è la lezione che ci giunge ancora una volta dal giornalismo d’inchiesta americano , che piacerà a quei giovani che intendono intraprendere questa professione con coraggio. La stampa statunitense ha sempre rivendicato il ruolo di “guardiana dei poteri”, grazie ad essa sono stati rivelati scandali e segreti che hanno rovesciato molte poltrone eccellenti e,  negli USA, questo rientra nella normalità dell’informazione nazionale. In Italia, purtroppo, i nostri pochi reporter che hanno intrapreso questo tipo di giornalismo o sono morti ammazzati o vivono sotto scorta. Mi chiedo: ma i nostri giornali ce l’hanno uno “Spotlight”?

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