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“Janis”. Canto e disperazione della regina del rock. Recensione. Trailer

PORT ARTHUR – Well I trade all of my tomorrows for one single yesterday. E quel singolo ieri riporta tutti i suoi amanti al 4 ottobre 1970, quando Janis Joplin, the queen of the Rock-n-Blues, fu trovata morta al Landmark Motor Hotel di Hollywood.

Attraverso un buco lasciamo scorrere amore nelle vene di un’artista incomparabile, a cui la regista statunitense Amy Berg dedica il documentario Janis. Il film scorre lento sul binario dell’onestà emotiva che ha condotto e deragliato la sua esistenza. Immagini e filmati di repertorio, tra cui molti inediti, mostrano gli anni tormentati dell’adolescenza: l’irrisione e le continue vessazioni dei compagni, le maglie strette del provincialismo texano a Port Arthur, sua città natale, la ricerca di una via di fuga, il bisogno profondo di essere amata. C’è un sotto testo pulsante nella vita di Janis, che la regista lascia trapelare direttamente dalla sua bocca, avvinghiato alla purezza del suo sentire ambizioso. Comunicare emozioni, arrivare dritta allo stomaco della gente, farla vibrare e dolere insieme a lei, accorciare la distanza camminando leggeri sulle corde della sua voce strozzata da sensazioni deflagranti. 

Chi ha amato Janis dal primo istante lo sa, quando canta ci parla in ogni tempo, e ci tende la mano per condurci in un’orgia sensuale che avvolge e non ti molla. Mentre il treno corre veloce da Port Arthur ad Austin fino in California, Janis si libera e squarcia il petto in ogni sua performance per lasciarci guardare dentro (come meravigliosamente descrive Juliette Lewis mentre scorrono i titoli di coda) le ferite che emanano l’odore acre di amori presunti ed altri profondi, perduti,  Good enough for me and my Bobby McGee. Muovi allora la testa, le gambe ed il cuore a ritmo di passione e rivoluzione mentre Janis vive sul palco del Monterey Pop Festival e a Woodstock. Immagini risolutive e preziose che  da sole danno sostanza al documentario della Berg, perché capaci di brillare della propria luce. Dei sorrisi di Janis, della sua solitaria disperazione. La voce narrante di Georgia Chan (alias Cat Power) racconta Janis attraverso lo specchio, in quel mondo intimo e mai risolto che ha il sapore di casa: “Dear familiy”, scrive nelle sue lettere spedite alla volta dell’accettazione. “Il mondo mi ama, io lo amo” sembra dire, ma la reciprocità di quest’amore lo ricerca costantemente nell’approvazione familiare del suo meritato successo. Una comprensione di cui ha avuto sempre bisogno, un affetto sincero per ciò che è stata e sarà, dalla testa attorniata da boa di piume colorate, ai piedi perennemente in cammino. Chi ha amato e ama Janis lo sa, senza peccato di presunzione, perché si lascia vivere, senza remore. “L’uomo più brutto  del campus”(appellata così ai tempi del liceo) detiene la bellezza dell’essere unica e fragile e sincera. Piena della sua grazia. Amy Berg si misura con il peso di un’immagine sacra che purtroppo, nonostante gli sforzi di un lavoro pluriennale, riesce parzialmente a restituire. Le interviste ai suoi parenti, ai suoi amici, gli aneddoti e le storie collaterali sono la pregevole cornice di un’opera  filmica didascalica, fredda e defibrillata dal materiale di repertorio. È superficie riflettente utile ai neofiti per catturare il bagliore della Regina, e costrutto incompiuto per chi serbava aspettative. Chi ha amato e ama Janis dal primo istante lo sa. Infondo resta la grande consolazione: the Queen of the Rock-n-Blues continua a parlarci dei lei attraverso la sua musica ad amplificatori spianati, voce graffiante e carne che non ha interruttore. 

Titolo originale: Janis

Regia: Amy Berg

Interpreti: Janis Joplin, Cat Power, Gianna Nannini

Origine: Usa, 2015

Distribuzione: I Wonder Pictures

Durata: 115’

Uscita: 08/10/2015

Janis – Trailer

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