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Napoli, non solo Gomorra

ROMA – E’ vero. Da molti mesi Napoli è di nuovo teatro di guerra di camorra e l’escalation di violenza sembra non fermarsi. Due giorni fa un altro omicidio a Ponticelli, periferia est del capoluogo partenopeo.

Mai come in questi casi Gomorra è lo specchio di una realtà violenta e oscura, dove il male trova sempre terreno fertile. Tutti noi dovremmo essere eternamente grati a Roberto Saviano. A lui va una grande ammirazione, eroe di un tempo senza eroi. Il suo coraggio è un insegnamento per noi giornalisti e per chi non smette mai di cercare la verità. Gomorra è stato ed è un libro importantissimo, che ha fatto conoscere la realtà di una camorra senza scrupoli, che fa affari sulla pelle della gente, spesso anche con la connivenza di una popolazione che appoggia il suo operato.

 Il libro ha venduto dieci milioni di copie nel mondo accendendo un faro nelle coscienze di chi non ha mai voluto vedere, o sentire, o ammettere. Grande rispetto dunque per Roberto Saviano che, peraltro, ha sacrificato la sua esistenza da uomo libero per vivere sotto scorta e celato al mondo, in nome di un unico e assoluto valore: la legalità. Eppure, senza remore, dico che per me è difficile non essere d’accordo con quei sindaci di alcuni comuni dell’interland napoletano che hanno negato il permesso alle riprese della fiction Gomorra prodotta da Sky. E per una duplice motivo. Il primo, è che resto convinta che ci sia una profonda differenza tra la narrazione letteraria o di cronaca e la narrazione per immagini. La parola scritta arriva all’individuo-lettore in maniera più consapevole, l’emotività viene filtrata da un tempo più lento per la metabolizzazione dei contenuti. L’immagine no. La rappresentazione cinematografica è immediata, più forte di qualunque parola, più deflagrante per l’emotività, soprattutto se a guardare quelle immagini sono ragazzini e non adulti consapevoli. E questo processo è amplificato a dismisura se ad essere rappresentati sono fatti violenti, immagini cruente, scene di ordinaria o straordinaria crudeltà e ferocia di essere umani capaci di tutto, e che di umano ormai non hanno più nulla. 

Il secondo motivo è che Gomorra rappresenta una fetta della realtà napoletana, ma Napoli è anche molto, molto altro. Curzio Malaparte diceva: “Napoli non è una città, è un mondo”. E aveva ragione. Cultura, storia, arte e un fascino senza pari hanno lasciato esterrefatti poeti, letterati, pensatori di tutto il mondo: questa città imprevedibile e piena di contraddizioni ha sempre alternato luce e ombra, bellezza e tragedia, miseria e nobiltà. Non si può comprenderla senza coglierne entrambi gli aspetti. Gomorra è senza dubbio l’ombra, la luce quel laboratorio di idee e cultura che la rende viva, straordinaria, unica.  Napoli ha una sua letteratura, una cultura filosofica lunga duemila anni, un suo teatro, persino una sua canzone o musica popolare. Tutte le sue più antiche e conosciute tradizioni artistiche e culturali ancora oggi danno un contributo fondamentale al nostro Paese. Di quante altre città si può dire la stessa cosa? Oggi la sua forte identità  è anche la sua più grande opportunità internazionale. Per le arti figurative e per il cinema, ad esempio. Produttori, critici, addetti ai lavori riconoscono che Napoli oggi è un laboratorio creativo, vitale, in controtendenza rispetto al quadro nazionale. Perché allora non parliamo e raccontiamo il talento tutto napoletano di mettere in scena la vita, il sogno, il brutto e il bello? Questo sarebbe un grande omaggio a una città che non è solo Gomorra e che merita di essere raccontata per ciò che di prezioso e irripetibile crea. 

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