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ROMA – In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International e l’Ong nigeriana Centro per l’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo (Cerd) hanno nuovamente smentito il gigante petrolifero Shell, dichiarando palesemente false le dichiarazioni secondo cui avrebbe bonificato le aree pesantemente inquinate del delta del fiume Niger.

Il rapporto – pubblicato una settimana prima del ventesimo anniversario dell’impiccagione di Ken Saro Wiwa, l’ambientalista e scrittore che dedicò la sua vita a denunciare i danni causati dall’industria petrolifera nel delta del fiume Niger – documenta la contaminazione ancora in corso in quattro zone interessate da fuoriuscite di petrolio, che la Shell aveva dichiarato di aver bonificato anni fa. 

“Per non aver adeguatamente rimediato all’inquinamento prodotto dai suoi oleodotti e dai suoi pozzi petroliferi, la Shell sta continuando a esporre, in alcuni casi da anni se non addirittura da decenni, migliaia di donne, uomini e bambini alla contaminazione dei terreni, dell’aria e dell’acqua” – ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International su Aziende e diritti umani.

“Le fuoriuscite di petrolio hanno un impatto devastante sui campi, sulle foreste e sulla fauna ittica da cui dipende il benessere e la stessa vita delle popolazioni del delta del fiume Niger. Chiunque visiti queste zone può vedere e annusare la dimensione dell’inquinamento” – ha aggiunto Dummett.

Il rapporto di Amnesty International e del Cerd denuncia inoltre come il governo nigeriano non abbia regolamentato le attività delle compagnie petrolifere. L’organo di controllo statale, l’Agenzia nazionale per l’individuazione e la risposta alle fuoriuscite di petrolio (Nosdra), opera con personale ridotto e continua a certificare come bonificate aree che sono visibilmente inquinate.

“Mentre in Nigeria e nel mondo ci si appresta a ricordare Ken Saro-Wiwa e gli altri otto leader ogoni impiccati nel 1995, la Shell e lo stesso governo nigeriano non possono ignorare la terribile eredità lasciata alla popolazione del delta del fiume Niger dall’industria petrolifera. A tante persone il petrolio non ha portato altro che miseria” – ha dichiarato Stevyn Obodoekwe, direttore dei programmi del Cerd.

“La qualità della vita delle persone che vivono circondate dalle esalazioni, dai terreni impregnati e dalle acque traboccanti di petrolio è terribile da decenni” – ha aggiunto Obodoekwe.

La Shell dichiara che è stato pulito ma l’inquinamento è ancora visibile

Il delta del fiume Niger è la più grande regione petrolifera dell’Africa. La principale compagnia a operarvi è la Shell, con circa 50 campi di petrolio e 5000 chilometri di oleodotti, molti dei quali vetusti e in cattiva manutenzione. Secondo i dati della stessa Shell, dal 2007 vi sono state 1693 fuoriuscite di petrolio, anche se si teme che il numero effettivo sia più elevato.

Nel 2011 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) aveva denunciato i massicci livelli d’inquinamento causati dalle fuoriuscite di petrolio degli impianti della Shell nell’Ogoniland, una regione del delta del fiume Niger. L’Unep aveva anche evidenziato come i danni causati all’ambiente fossero aggravati dal fatto che la Shell non aveva bonificato adeguatamente le zone inquinate. La Shell aveva promesso di bonificare le zone segnalate dall’Unep e di migliorare la sua risposta alle fuoriuscite.

Invece, dalle indagini svolte sul campo, nel corso del 2015, in quattro dei siti giudicati dall’Unep come fortemente inquinati, Amnesty International e il Cerd vi hanno constatato visibili livelli d’inquinamento, nonostante la Shell avesse dichiarato di averli bonificati. Le indagini hanno chiarito che si tratta di bonifiche inadeguate, e non di nuove fuoriuscite.

In uno dei siti, il pozzo Bomu 11, i ricercatori hanno verificato la presenza di terreno annerito e strati di petrolio sulla superficie delle acque a distanza di 45 anni da una fuoriuscita. La Shell aveva dichiarato di averlo bonificato due volte, nel 1975 e nel 2012. In altri siti, certificati come puliti dall’organo di controllo statale, i ricercatori hanno verificato contaminazione dei terreni e delle acque nei pressi dei luoghi in cui gli abitanti vivono e cacciano.

L’indagine ha rivelato come la Shell non abbia affrontato la questione dell’inquinamento nel suo complesso, anche per quanto riguarda la formazione e la supervisione del personale locale che svolge le attività sul posto. Un appaltatore ha dichiarato ad Amnesty International quanto siano blande e superficiali le azioni della Shell per prevenire danni permanenti all’ambiente: 

“È solo una messinscena. Se scavi un po’ di metri trovi il petrolio. Abbiamo scavato, spostato la terra e poi ricoperto”. Sulle comunità locali il peso dell’inquinamento da petrolio Le comunità locali incontrate da Amnesty International e dal Cerd hanno riferito che l’inquinamento causato dalle fuoriuscite di petrolio ha contaminato i campi e le acque su cui due terzi della popolazione del delta del fiume Niger fa affidamento per vivere.  Emadee Roberts Kapai, oggi ottantenne, ha coltivato e pescato per decenni fino a quando nel 2009 c’è stata la fuoriuscita di Bomu Manifold. 

“Le piccole insenature non esistono più. L’attività della pesca non rende più niente. I terreni su cui dovrei coltivare sono stati già devastati dalle fuoriuscite di petrolio della Shell. I raccolti non sono più produttivi, non ci sono più pesci nell’acqua. Piantiamo ancora ma il raccolto è davvero misero. Quando sono venuti quelli della Shell, ci hanno promesso che se avessero trovato il petrolio avrebbero trasformato la nostra comunità e ognuno sarebbe stato felice. Invece non ne abbiamo ricavato niente…”

Nonostante le critiche dell’Onu, la Shell non agisce

La Shell ha espresso ad Amnesty International il suo disappunto per le conclusioni dell’organizzazione, senza fornire alcun dettaglio ma rimandando al sito della compagnia, che a sua volta contiene scarse informazioni sulle bonifiche. La Shell ha ribadito che la maggior parte delle fuoriuscite di petrolio è causata da attività illegali, come i furti dalle condutture, piuttosto che dall’inadeguata manutenzione.

Amnesty International e il Cerd avevano già denunciato, in precedenti rapporti, le false dichiarazioni della Shell sulle attività illegali e la fuoriuscita del petrolio dovuta alla corrosione degli oleodotti. In ogni caso, la legge nigeriana prevede che le compagnie proprietarie degli oleodotti sono responsabili delle bonifiche, a prescindere dalle cause delle fuoriuscite.

Amnesty International sollecita la Shell a essere maggiormente trasparente sulle sue operazioni di bonifica e il governo nigeriano a rafforzare il funzionamento dell’organo di controllo statale.

“La Shell sostiene che le fuoriuscite di petrolio sono provocate dai furti ma anche se ciò fosse vero non scagionerebbe la compagnia dalla mancata bonifica dell’inquinamento prodotto. Questo scaricabarile non può ulteriormente distrarre l’attenzione dagli impegni non mantenuti e dalla pessima condizione degli impianti” – ha sottolineato Dummett. “Fino a quando le compagnie petrolifere non rispetteranno gli impegni presi, quella del delta del fiume Niger rimarrà la storia di una comunità cui era stata promessa la prosperità e che è stata lasciata vivere in una terra martoriata e devastata”.

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