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ROMA L’affaire De Luca, al netto dei suoi esiti giudiziari che impongono fino a prova contraria il massimo del garantismo, rivela quattro errori di omissione compiuti in questi mesi dal segretario Pd Matteo Renzi e dall’attuale gruppo dirigente del partito. 

Il primo errore è stato la decisione di far candidare De Luca alle primarie in dispregio della legge Severino, scelta che ha implicato in modo strumentale il mancato adeguamento del codice etico del Pd ad una norma che lo stesso partito aveva promosso e votato in Parlamento. Il secondo errore è consistito nella candidatura a presidente della Regione di una personalità che, in caso di vittoria, già si sapeva non si sarebbe potuta insediare nella sua funzione. In questo modo si è accettato consapevolmente di instaurare un conflitto tra politica e magistratura, un braccio di ferro che negli ultimi 20 anni è stato il tratto tipico, forse più discutibile, della cultura berlusconiana e della destra italiana, che cosi facendo e’ stato assunto con troppa leggerezza anche nel nostro campo. 

Il terzo errore concerne la nuova organizzazione renziana del partito: che il braccio destro di De Luca in Regione fosse anche il responsabile dell’organizzazione del Pd in Campania propone a livello locale quella identificazione tra potere esecutivo e partito che Renzi sta praticando a livello nazionale e che il Berlinguer della questione morale identificava come la causa principale della degenerazione dei partiti e della crisi delle istituzioni democratiche nazionali passando quindi al quarto errore, che  deriva dal calcolo politico sbagliato compiuto per un eccesso di cinismo: si pensava che De Luca avrebbe ottenuto una vittoria tale da far dimenticare la serie di forzature commesse sul terreno delle regole e della legalità. In realta, i fatti hanno dimostrato che De Luca ha vinto soltanto grazie al contributo decisivo di un paio di liste composte in buona parte da candidati “impresentabili”, alcuni dei quali provenienti dalla destra campana e altri legati a Cosentino. Questo passaggio ha segnato la nascita del Partito della Nazione a livello locale e dal basso, all’insegna del trasformismo, del consociativismo e dell’abbassamento dell’asticella della legalità e del controllo preventivo da parte della buona politica.

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