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Lotta al terrorismo, il caos della politica linfa vitale per l’Isis

ROMA – Oggi decifrare in maniera esatta le dinamiche dello scacchiere mediorientale e le loro ripercussioni sullo scenario internazionale è veramente difficile. Perché se il nodo (almeno in partenza) è il conflitto siriano insieme alla nascita dello Stato Islamico, attorno ad esso si muovono almeno tre cornici concentriche che esprimono a vario livello le posizioni degli organismi coinvolti.  

Nella prima, troviamo le strutture sovranazionali che non sempre riescono a trovare unità di intenti. L’esempio più eclatante è quello dell’Unione Europea priva di una politica estera univoca. L’Ue ancora una volta si muove in ordine sparso. Ma dopo gli attacchi di Parigi da parte dei terroristi dell’Is questo modo di procedere può portare a conseguenze più gravi che in passato. 

Nella seconda cornice ci sono i singoli Stati. L’America di Obama, per quanto in teoria rimanga guida indiscussa della coalizione anti Isis, stavolta mette i paletti. Niente truppe di terra in Siria e in Iraq, solo bombardamenti aerei. Ieri, neanche Hollande in visita a Washington ha ottenuto di più dal presidente americano, alle prese con le drammatiche notizie dell’abbattimento del caccia russo da parte della Turchia.  La Francia insiste: dopo le stragi di Parigi vuole un fronte comune contro lo Stato Islamico per una guerra anche con truppe a terra. Ma gli esiti sono imprevedibili e manca una vera strategia politica e militare. L’Inghilterra è pronta a dare il suo appoggio (attende però il via libera del parlamento), la maggior parte dei Paesi europei, compresa l’Italia, ha assunto invece una posizione cauta: ferma lotta al terrorismo islamico ma niente partecipazione ad un conflitto su suolo sirio-iracheno. La Russia da tempo ha scelto l’intervento armato a fianco di Assad, creando un asse con Iran ed Hezbollah libanesi. Il resto dei paesi arabi ufficialmente è contro il Califfato, Arabia Saudita in primis, ma la realtà dice altro.

Ed eccoci arrivati alla terza cornice. Quella del sottobosco che si annida dietro le posizioni ufficiali dei protagonisti della vicenda mediorientale. Un groviglio di conflitti etnci, religiosi e ideologici che realmente determinano la politica dei governanti. 

Vari esempi. La Turchia, membro della Nato, in teoria filoamericana, non ci sta a un eventuale avvicinamento di Russia e America seppur finalizzato alla soluzione della crisi. Abbattendo il caccia russo, ha alzato la voce contro Mosca. Putin a fianco di Assad in Siria è un pericolo per Ankara che invece fiancheggia i ribelli contro Assad. E l’America arma e sostiene i curdi che in Siria e in Iraq stanno conquistando territorio e potrebbero chiedere qualcosa in cambio una volta pacificata l’area (ammesso che ci si riesca). Per la Turchia sarebbe uno smacco, visto che da anni combatte i curdi dentro e fuori i propri confini. Anche la Russia alza la voce. Per la prima volta dopo la crisi ucraina e l’isolamento decretato dall’occidente, torna ad un ruolo determinante. La sua partecipazione al conflitto in Siria nella lotta pro Assad e contro i sunniti dello stato islamico l’ha resa un interlocutore privilegiato per la Francia e per il blocco mondiale contro il Califfato. Ufficialmente è impegnata nei raid aerei, ma pare che già a settembre i tank di Putin fossero in territorio siriano. Interloquire con Putin, tuttavia, può essere molto pericoloso e aprire una strada piena di trappole. 

E infine i paesi arabi, Arabia Saudita in testa: a parole osteggiano lo Stato Islamico ma di fatto lo fiancheggiano con la vendita di armi e con appoggi da parte di diverse fazioni sparse sui propri territori.  Quello che fa paura alle autorità religiose e politiche del Golfo è il blocco Assad, Iran, Russia. Il tutto mentre un paese della primavera araba come la Tunisia, continua a subire drammatici attacchi terroristici da parte degli integralisti. Dunque, la doppia faccia degli stati coinvolti spesso prende il sopravvento. Le conseguenze sono evidenti: la politica non trova una direzione comune, ma si spezza, si infrange in mille rivoli.  

Questo caos è linfa vitale per l’Isis. Un Medio Oriente destabilizzato alimenta la causa del Califfato, così come il procedere in ordine sparso delle potenze nazionali e sovranazionali. E se lo Stato Islamico si rafforza, di pari passo cresce il potere sovvertente del terrorismo in occidente. E’ il cane che si morde la coda. 

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