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Si apre oggi a Parigi la Conferenza sul clima, diffusamente denominata COP 21 quale acronimo di Conference of Parties n. 21

 

ROMA – Il dato di partenza positivo è che risulta esserci un pressoché unanime consenso da parte di tutti i governi sulla necessità di raggiungere un risultato coerente con gli obiettivi che “la migliore scienza disponibile” ci sta indicando, ovvero la scienza in ultimo riassunta nel quinto rapporto del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) 2013/2014. L’IPCC indica come obiettivo il rispetto della soglia di innalzamento della temperatura media terrestre a 1,5°- 2° per prevenire conseguenti effetti climatici disastrosi sulla capacità produttiva degli ecosistemi e sul benessere umano e sociale. Le misure per il raggiungimento di questo obiettivo costituiscono l’oggetto principale della negoziazione della conferenza di Parigi con l’assunzione di specifici impegni per il decennio 2020-2030. 

Gli Stati, anticipatamente alla COP 21, hanno presentato i singoli impegni di riduzione dei gas serra (i cosiddetti Intended Nationally Determined Contribution, acronimo INDC) in vista del nuovo accordo. Dall’analisi svolta dalla Segreteria della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e pubblicata il 30 ottobre 2015, gli impegni assunti produrranno ancora al 2030 una consistente crescita delle emissioni del 37-52% rispetto al 1990. La possibilità di mantenere l’innalzamento della temperatura terrestre entro i 2 gradi non è con ciò del tutto perduta, ma richiederà maggiori sforzi e più alti costi nel periodo post 2030. 

Questi risultati sono già stati anticipati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) in uno studio pubblicato nel giugno 2015 avvertendo i negoziatori della COP 21 che con i trend di emissioni degli INDC, al 2040 il budget di emissioni ancora disponibile per mantenere l’innalzamento della temperatura entro i 2 gradi sarà esaurito. Nello stesso studio l’IEA fa delle proposte di sviluppo rispetto agli INDC, prospettando al 2030 una soluzione di transizione denominata Bridge Scenario. In sostanza si richiede uno sforzo in particolare a carico della Cina, senza escludere gli Stati Uniti e l’UE (per un +4% rispetto all’INDC presentato), un incremento delle misure di efficienza energetica (per il 49%), l’espansione degli investimenti nelle fonti rinnovabili (per il 17%),  un taglio ai sussidi alle fonti fossili (per il 10%), la chiusura delle centrali a carbone più inefficienti (per il 9%), la riduzione delle emissioni di metano in fase di produzione/distribuzione delle fonti fossili (per il 15%).

L’IEA sostiene che queste misure già pronte e disponibili con le conoscenze tecnologiche attuali non sono depressive rispetto alle prospettive di crescita economica che le parti auspicano mantenere.  La proposta ha possibilità persuasiva nei confronti dei principali emettitori mondiali di gas serra: Cina, USA, India, Giappone, UE che non sono autonomi nell’approvvigionamento delle fonti energetiche necessarie al funzionamento delle loro economie. In linea teorica, più ambiziosi obiettivi di riduzione nell’uso di fonti fossili significano maggior sicurezza energetica e ricchezza per le rispettive economie. Senza tener conto poi degli altri co-benefici, quali la riduzione dei livelli d’inquinamento che in particolare affliggono le città industriali cinesi, ma non solo.

Allo stato dei fatti, tuttavia, ciò che si può prevedere è che l’accordo di Parigi non sarà risolutivo. L’auspicio è che riesca comunque a gettare basi solide per la negoziazione nelle prossime COP prima della sua entrata in vigore al 2020, con un rialzo degli obiettivi di mitigazione e dispiegando un’efficace regolamentazione dei mezzi d’implementazione dell’accordo, a garanzia che gli impegni assunti dai singoli Stati vengano concretamente rispettati. 

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