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ROMA – John Lennon, trentacinque anni fa, e la memoria corre alle tragedie di quei giorni. John Lennon e un mondo che stava per imboccare, o forse aveva già imboccato, il viale della tristezza e della solitudine, delle guerre elevate a sistema e dell’economia avida ed escludente, dei cambiamenti climatici sregolati e della distruzione dell’ambiente, del paesaggio e del territorio, dell’accantonamento di qualunque idea di pace e di giustizia e della ridicolizzazione di tutti i valori per i quali Lennon aveva vissuto e si era battuto.

Per questo, se esiste un Dio, vien quasi da pensare che il fatto di averlo tolto dal mondo a soli quarant’anni, per mano di un fan squilibrato, quando aveva ancora tanto da dire e da dare alla musica e all’umanità, vien quasi da pensare che sia stato un atto d’amore divino nei confronti di un uomo che, altrimenti, avrebbe rischiato di sporcarsi e di uniformarsi alla massa, magari divenendo un’icona della nuova, arrembante società dei consumi grazie all’indiscusso successo delle sue canzoni rivoluzionarie.
Vien da pensare che, se esiste un Dio, abbia voluto togliere dal mondo uno dei suoi principali cantori prima che svanisse del tutto la magia che aveva ispirato le note di “Give peace a chance” o di “Immagine”, che abbia voluto preservare intatta la memoria e la grandezza di un sognatore visionario che fece impazzire un’intera generazione e che costituisce un ponte ideale nei confronti di quelle che sono venute dopo, con le loro esistenze misere e senza grandi speranze, costrette ad affidarsi all’immaginazione e alla bellezza che fu pur di sentirsi vive e di potersi regalare qualche attimo di meraviglia.
Perché John Lennon è stato soprattutto questo: un uomo avanti, un uomo oltre, un uomo che precorreva il destino e mostrava nitidamente alle folle sterminate che lo seguivano in concerto un orizzonte di solidarietà e di fratellanza, assai più di quanto non abbiano fatto i vari George Harrison, Paul McCartney e Ringo Starr, suoi compagni d’avventura in quella che è stata, probabilmente, la band più famosa del Ventesimo secolo.
Da questo punto di vista, possiamo dire che John Lennon non si è limitato a vivere a pieno gli anni Sessanta: Lennon è stato gli anni Sessanta, dei quali ha incarnato la vitalità, l’energia, la spensieratezza combattiva, l’afflato ideale, le grandi passioni civili e le lotte in difesa della pace, contro ogni forma di conflitto e di aspirazione imperialista.
John Lennon come Bob Dylan e Joan Baez, altri due idoli, altre due icone dei ventenni di allora, i quali coniugavano musica e protesta, poesia e marce contro le discriminazioni razziali, concretezza e utopia, illusioni e prospettive per un avvenire che, nonostante il Napalm gettato sull’inerme popolo vietnamita, nonostante le diseguaglianze, le violenze contro gli afro-americani, l’assassinio di Malcolm X e Martin Luther King e, per quanto riguarda l’Italia, il Piano Solo del generale De Lorenzo e il bigottismo ancora radicato in una società in bilico tra conservazione e cambiamento, nonostante tutto questo, appariva comunque ricco di possibilità e di occasioni delle quali nessuna generazione precedente aveva goduto.
John Lennon è stato il protagonista di quel decennio di luce e la sua epopea, al pari di quella dei Beatles, ha interpretato a pieno la voglia di emancipazione e di rinnovamento di un’intera generazione.
Poi la magia è finita, molti di quei giovani sono diventati, a loro volta, conservatori, si sono adattati al sistema che avrebbero voluto cambiare e, in alcuni casi, sono diventati addirittura peggiori dei vecchi baroni che dicevano di voler combattere. Sono diventati “quel potere” e vi hanno introdotto all’interno riti e chiusure ancora più grette e ridicole di quelle contro cui si scagliavano a vent’anni.
Per questo, pur avvertendone la mancanza e pur interrogandoci spesso su cosa avrebbe detto e scritto John Lennon a proposito di questo mondo sconvolto dai conflitti e dalla ferocia dell’uomo, al punto che papa Francesco parla espressamente di Terza guerra mondiale differita, per questo pensiamo, paradossalmente, che quella morte assurda e prematura ne abbia preservato la purezza, evitando che anche la sua arte venisse inghiottita dal business corrosivo e un po’ cialtrone che ha caratterizzato gli ultimi decenni.
E anche per questo, per il fatto di non essere riuscito a diventare uomo, a diventare maturo e, di conseguenza, a snaturarsi, non finiremo mai di amare quest’idealista che consente tuttora a milioni di giovani di immaginare un mondo diverso, in cui la pace abbia davvero l’opportunità di diventare una componente strutturale delle nostre società afflitte dalla barbarie.

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