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Renzi, la Boschi e la Leopoldicchia

ROMA – Quello che è andato in scena a Firenze è un renzismo in difficoltà, che prima ha tentato il gioco in difesa per sfuggire all’ombra dello scandalo delle banche che aleggiava sulla Leopolda, poi ha cambiato strategia ma inutilmente.  

Pronipote della prima edizione del 2010 – quella dei ‘rottamatori’ per intenderci – la kermesse renziana quest’anno è stato un buco nell’acqua. Poco o nulla dello smalto di sei anni fa e un boomerang sul piano mediatico. Non poteva, infatti, cadere in momento peggiore. Ministri, ospiti, persino il segretario, hanno provato a dirottare altrove l’attenzione dei media. Ma la ribalta della Leopolda ha funzionato da amplificatore di uno spettacolo imbarazzante. Fuori a protestare i risparmiatori, a cui le banche salvate dal governo hanno frodato complessivamente 800 milioni, dentro il ministro Boschi, il cui padre è vice presidente della Banca Etruria, una di quelle coinvolte nello scandalo. Fuori la disperazione, dentro i sorrisi del potere. Il tutto mentre in Parlamento i Cinquestelle facevano partire una mozione di sfiducia indirizzata proprio alla Boschi e sui giornali si dibatteva sul conflitto di interessi, grande come una casa, che la riguarda.  

Renzi a quel punto ha capito che il catenaccio non avrebbe funzionato, meglio passare all’attacco e alzare i toni: “mi fa schifo chi specula sulla morte”, ‘noi abbiamo la bandiera del Pd tatuata nel cuore”, “se andassimo al voto oggi vinceremmo al primo turno”. Il premier-segretario ha urlato, ha incitato, ha provato ad infiammare platea ed elettori/telespettatori a casa. Un vero mattatore, non c’è che dire. A lui il compito di salvare il salvabile di una Leopolda mai come stavolta sbiadita, offuscata. Il volto sorridente del ministro Boschi, da sempre tra i simboli della kermesse e del governo, non ha convinto. Anzi, la sua presenza è stata per più di qualcuno fuori luogo.     

Ma diciamo pure un’altra cosa. La Leopolda è stata un fiasco perché politicamente ha fatto il suo tempo. Quando è nata aveva un senso come laboratorio di idee e proposte per una nuova fase interna al Partito democratico. Renzi aveva bisogno di un luogo fisico e ideale che lo rappresentasse e lo scaraventasse, come poi è stato, sullo scenario nazionale del centrosinistra e del suo partito. Ponendosi in alternativa a una classe dirigente vecchia, ingessata, sul piano politico a corto di una spinta vitale, l’allora sindaco di Firenze e la sua Leopolda sono stati nel 2010 la novità assoluta nel panorama politico nazionale. Un’alternativa all’establishment di sinistra e persino di destra. Ma adesso no. Renzi, paradossalmente, rischia lui stesso di rappresentare il vecchio, il potere logorato e che difende se stesso e un ministro impantanato in uno scandalo che coinvolge direttamente un suo familiare. Così la Leopolda nel tempo è diventata una Leopoldicchia e chissà se il premier se ne sia accorto.  

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