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Egitto. Regeni indagava e lo hanno ucciso

ROMA –  Giulio Regeni indagava su argomenti scomodi e per questo è stato batrbaramente ucciso. Potrebbe essere questa una delle cause che ha portato alla morte  il giovane ricercatore universitario rinvenuto morto sul bordo dell’autostrada, precisamente in un fosso, a pochi chilomentri dalla capitale egiziana, nudo dalla cintola in giù, come ha confermato Il procuratore del Cairo, Ahmed Nagi. 

Oggi anche la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio. L’indagine, ancora contro ignoti, è stata affidata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone al pm Sergio Colaiocco. Il magistrato ha affidato la delega alla polizia giudiziaria a svolgere i primi accertamenti preliminari.

Regeni recentemente collaborava con Il Manifesto e utilizzava uno pseudonimo perché temeva per la sua incolumità. Lo ha detto ai microfoni di Radio Popolare Giuseppe Acconcia, collaboratore del quotidiano, che conosceva il giovane: “Giulio si occupava soprattutto di movimenti operai e di sindacalismo indipendente”, ha raccontato Acconcia all’emittente; il giovane, inoltre, aveva contatti con l’opposizione egiziana.

Acconcia ha anche sottolineato l’importanza della testimonianza di una giornalista egiziana che avrebbe visto uno straniero arrestato alla fermata della metropolitana di Giza, al Cairo, dove nel 2013 – proprio nell’anniversario della rivoluzione – c’erano state manifestazioni degli islamisti contro il regime egiziano. “Puo’ essere che Giulio fosse andato li’ proprio per vedere se ci fossero ancora manifestazioni”, ha aggiunto Acconcia.

Di sicuro Regeni aveva l’intenzione di intervistare gli ”attivisti per i diritti dei lavoratori” per la sua ricerca sull’economia egiziana, come ha rivelato  al quotidiano filogovernativo Al-Ahram uno degli amici egiziani di  Regeni, che ha preferito restare anonimo. La fonte ha spiegato di aver ricevuto diverse email e telefonate da Regeni che gli chiedeva contatti di attivisti per i diritti dei lavoratori da poter intervistare per la sua ricerca. L’amico del dottorando ha quindi sottolineato che Regeni gli aveva promesso che non sarebbe uscito per fare le interviste o per le ricerche sul campo fino al 25 gennaio, giorno del quarto anniversario della rivoluzione che portò alla caduta di Hosni Muabarak.

“Poi, la mattina del 25 gennaio, Regeni mi ha inviato un messaggio chiedendomi se ci fossero programmi per la festa di compleanno di uno dei nostri amici. Da allora non l’ho più sentito”, ha aggiunto la  fonte. “Sono stato convocato dalla sicurezza dopo la scomparsa di  Regeni. Le loro domande erano focalizzate sullo scopo della sua visita e sugli studi”, ha concluso.

Regeni era arrivato al Cairo ad ottobre per studiare arabo e condurre ricerche sul campo per il suo dottorato sui movimenti sindacali. Un argomento “sensibile in Egitto” quello studiato dal  giovane italiano, scrive in una corrispondenza il “New York Times”,  sul quale il governo del Cairo ha “cercato di reprimere molte forme di dissenso”.

 Ma secondo la supervisor di Regeni all’Università Americana del Cairo, Rabab el-Mahdi, lo studente italiano “si era sempre tenuto alla larga  da qualunque cosa fosse politicizzata”.

 Anne Alexander, ricercatrice dell’Università di Cambridge e, come  Regeni, esperta di movimenti operai egiziani, si è detta preoccupata  per la sua morte e ha lanciato l’allarme per la sicurezza degli altri 

ricercatori che lavorano in Egitto, in particolare per quelli che  affrontano temi delicati.

“Tutti quelli con cui ho parlato sono scioccati  dalle notizie emerse sulle probabili circostanze della sua morte. Se  queste notizie fossero confermate vogliamo fare tutto il possibile per garantire che i responsabili siano chiamati a risponderne”, ha  affermato la Alexander, citata dal sito del Guardian.

Secondo la ricercatrice, la preoccupazione per le condizioni di Regeni era stata alimentata in parte da segnalazioni di persone scomparse e  arresti di massa che hanno avuto luogo prima del 25 gennaio.  “Centinaia di cittadini egiziani sono scomparsi nel corso degli ultimi anni e spesso è emerso che erano in prigione e a volte hanno subito torture. Un numero molto inferiore è stato trovato morto”, ha  aggiunto.

Sulla questione è intervenuto anche Amnesty Internazional: “La Farnesina deve sollecitare il governo egiziano a chiarire al piu’ presto le modalita’ di questo drammatico episodio. Ci aspettiamo da parte delle autorita’ egiziane un’inchiesta approfondita, rapida e indipendente”, ha detto il direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini. “Amnesty International Italia esprime profonda solidarieta’ ai familiari

di Giulio Regeni“, dice Rufini, rilevando inoltre che “la tortura in Egitto e’ un fatto comune e ordinario e Regini era scomparso in un giorno di particolare tensione, il 25 gennaio, quinto anniversario della caduta di Hosni Mubarak”. 

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