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ROMA – Si fa un gran parlare, in questi mesi, dei pericoli connessi ad un’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Preoccupazioni giustificate, per carità, specie se si considera l’avanzata degli euroscettici dell’UKIP e la grande popolarità che l’argomento si è conquistato non solo presso una parte dell’opinione pubblica britannica quanto, soprattutto, presso una cospicua fetta dello stesso gruppo dirigente dei Tories, a cominciare da personalità di spicco ostili a Cameron come il sindaco di Londra, Boris Johnson. Il nostro, qualche tempo fa, ha annunciato pubblicamente il suo sì al referendum, invitando gli inglesi a divorziare dall’Europa e a riscoprire, di fatto, quella solitudine insulare che ha caratterizzato una parte significativa della storia inglese. 

E fin qui siamo alla propaganda. Veniamo adesso alla politica e analizziamo seriamente la posizione del primo cittadino di Londra. Ha davvero senso che un uomo che amministra una città la cui ricchezza, la cui importanza e il cui prestigio mondiale derivano principalmente dalla City, notoriamente contrarissima al Brexit, sottoscriva la propria rovina? Può mai un politico giunto ad un incarico di quel prestigio essere tanto sprovveduto da non sapere che un Regno Unito fuori dall’Unione Europea sarebbe una nave alla deriva fra l’Atlantico e il Mare del Nord? È credibile la versione di quanti sostengono che Johnson e i vari Gove, Duncan Smith, Whittingdale e Grayling siano ingenui al punto di non sapere che le argomentazioni di Nigel Farage e dei fautori di un Regno Unito autosufficiente altro non sono che becera propaganda populista per conquistare i voti dei ceti sociali più deboli e maggiormente colpiti dalla crisi, i quali vedono nella tecnoburocrazia di Bruxelles il proprio principale nemico? E, infine, è plausibile che figure politiche di spicco, titolari di dicasteri di peso e con un’esperienza politica alle spalle di tutto rispetto, non abbiano coscienza del ruolo essenziale giocato dal Regno Unito nei rapporti atlantici, come cuscinetto e cerniera fra Europa e Stati Uniti nonché luogo ideale di mediazione e compensazione dei rispettivi malumori? E allora, se costoro sono consapevoli di tutto ciò, perché hanno assunto una posizione tanto rischiosa e sconsiderata? La ragione, a nostro giudizio, sta nella destabilizzazione cui sta andando incontro anche il sistema politico inglese, il quale, dal 2010 in poi, ha smesso di essere sostanzialmente bipartitico e ha visto l’affermazione dapprima dei liberaldemocratici di Nick Clegg e poi, come ricordato, degli eurofobici dell’UKIP di Farage. Pertanto, sull’onda delle grandi coalizioni che si stanno sviluppando ad ogni latitudine, seguite, di fatto, dalla nascita di una sorta di partito unico, in spregio alla storia e alle tradizioni politiche delle grandi culture novecentesche, sull’onda di tutto ciò, il sindaco di Londra e i vari ministri dissidenti si stanno esibendo né più e né meno che in una squallida campagna elettorale a proprio uso e consumo per indebolire il primo ministro e, possibilmente, costringerlo anzitempo alle dimissioni, come avvenne con la Thatcher nel ’90. Il loro ragionamento, che non tiene conto della realtà né di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti con l’ascesa di Sanders, spinto dai “Millennials”, è che il Labour, guidato da Corbyn, non abbia alcuna possibilità di competere alle elezioni e che ci si stia dunque avviando verso un’egemonia conservatrice sul modello di quella che segnò e modellò il Regno Unito fra il ’79 e il ’97 (governi Thatcher e Major), senza alcun rischio legato alla possibile uscita anticipata di Cameron da Downing Street. 

E allora va bene tutto, compreso il referendum sulla permanenza o meno nella UE, ben sapendo che prevarranno i no e che Cameron ha ottenuto da Bruxelles molto più di quanto sarebbe stato giusto concedergli, anche per non creare precedenti, questi sì pericolosi, in una stagione nella quale sul versante dell’immigrazione e dell’accoglienza dei profughi in fuga dalla miseria e dalla guerra l’Europa sta dando il peggio di sé.

Il posizionamento di Johnson e dei suoi epigoni serve loro unicamente a presentarsi come un’alternativa riconoscibile all’attuale inquilino del numero 10 di Downing Street e a costituirsi un alibi nel caso in cui le cose dovessero andar male: se l’Europa dovesse sfaldarsi e il disastro economico che sta inducendo Draghi ad assumere misure d’emergenza mai viste prima dovesse precipitare ulteriormente, i suddetti anti-europeisti potrebbero infatti presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica britannica come coloro che l’avevano detto, che avevano messo in guardia il Paese dai rischi costituiti dalla permanenza in una struttura oggettivamente in declino. 
Terminata la propaganda, tuttavia, prevarrà la realpolitik, da sempre elefantiaca nel contesto inglese, la quale consiglierà anche ai soggetti più riluttanti di non trasformare il Regno Unito in una zattera di naufraghi, apolidi in un quadro internazionale che non prevede più la possibilità di recitare la parte dei non allineati (ruolo che, peraltro, si addice assai poco alle caratteristiche degli inglesi). 
E un discorso analogo si svilupperà sul versante labourista, dove i nostalgici inconsolabili di Blair e del New Labour sanno bene che il contrasto a Corbyn può essere condotto su qualunque tema ma non a costo di mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa della Nazione. 

Senza contare l’opinione della già menzionata City di Londra, la quale sa perfettamente che il Regno Unito o rimane nella UE o è perduto, con danni economici e finanziari incalcolabili. 
Per tutta questa serie di motivi, la situazione, per dirla con Flaiano, è grave ma non è seria e il 23 giugno la testa avrà la meglio sulle viscere di qualche esaltato.

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