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ROMA – Penso alla tragedia di Emiliano Liuzzi, collega stroncato a quarantasei anni da un infarto, e rifletto senza parole sulla fragilità della vita.

Quanto è assurdo questo nostro tempo in cui un giovane uomo, nel fiore degli anni e pronto a dare il meglio di sé in tutti i settori, viene colpito da un arresto cardiaco che ne stronca la vita, i progetti, le idee e lo strappa agli affetti, alla famiglia, ai figli, alla bellezza di una raggiunta stabilità economica e sociale e alle prospettive per un futuro che aveva programmato con l’auspicio di poter lasciare in eredità un patrimonio morale e professionale, prima ancora che di ricchezza, di notevole valore.

Penso a Liuzzi, penso a Fabrizio Forquet e rifletto sul fatto che tutti noi ci sentiamo grandi, forti, potenti, arrivati e in realtà altro non siamo che dei piccoli uomini mortali, sempre appesi a un filo, sempre soggetti alle bizze del destino, nell’impossibilità di costruire davvero qualcosa di solido e di duraturo.
Penso a Liuzzi e mi pervade un senso di ingiustizia, di rabbia, di dolore perché non si può morire così, ancora giovani, lasciando dei figli piccoli, una moglie adorata, una redazione in cui sei diventato un simbolo e un punto di riferimento.
Non si può morire così, senza senza motivo, nel modo più stupido e atroce del mondo, con un cuore che esplode all’improvviso e una comunità che resta attonita al cospetto di un male soverchiante.
Penso a Liuzzi e rifletto su questa tragica stagione alla quale non si riesce a stare dietro: troppo stressante, troppo veloce, troppo violenta e disumana, troppo robotica per uomini passionali e sinceri come Emiliano, da sempre pronto a immergersi nelle notizie e a coglierne l’anima, il valore aggiunto, ogni singolo dettaglio, le angolature lasciate in ombra dai più e gli aspetti scomodi, che poi erano quelli che lo appassionavano maggiormente.
La verità è che abbiamo costruito un mondo squallido, un tempo devastante, un’epoca che affoga nella ferocia, nell’indecenza e nell’orrore e infine inghiotte, con la mira di un serial killer, le poche anime pure che a tutto questo squallore hanno cercato costantemente di opporsi.
Con la scomparsa di Liuzzi, perdiamo un collega, un simbolo, un modo onesto di intendere questa professione ma, soprattutto, perdiamo definitivamente l’idea di essere onnipotenti, vedendoci sbattuta davanti la nostra impotenza e il nostro dovere di fare i conti con un destino segnato dall’assenza.
Alla redazione del Fatto, alla famiglia, a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui giunga il nostro cordoglio.
A Emiliano, che ci legge da lassù, giunga un pensiero di gratitudine e di riconoscenza per ciò che è stato e per ciò che sempre sarà, in quanto la sua lezione di etica professionale continuerà a camminare sulle nostre gambe e a vivere nelle nostre penne e nelle nostre tastiere.
Ciao amico, non ti dimenticheremo.

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