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Calcio dal passato. “Mumo” Orsi che volò nel vento

ROMA – Si chiamava Raimundo Bibiani Orsi, detto “Mumo”, e non pretendiamo che qualcuno se lo ricordi, in quanto per ricordarselo bisognerebbe avere quasi cento anni; fatto sta che stiamo parlando di una delle più grandi ali sinistre di tutti i tempi, rapida e modernissima nella sua tecnica e nel suo modo di giocare.

Era una lepre in una stagione nella quale la raffinatezza stilistica prevaleva ancora sulla forza fisica; era un attaccante che sarebbe stato titolare anche ai giorni nostri; era un “oriundo” il cui record di presenze in Nazionale è stato superato solo di recente da Mauro German Camoranesi. 

Ci ha lasciato trent’anni fa, all’età di ottantaquattro anni, dopo aver contribuito a regalare gli Azzurri il Mondiale del ’34, segnando un gol preziosissimo nella finale del 10 giugno contro la Cecoslovacchia, vinta 2 a 1 dall’Italia con rete decisiva di Schiavio ai supplementari, e dopo essere stato protagonista del quinquennio d’oro juventino, conclusosi nel ’35 con la conquista del quinto scudetto consecutivo.
Argentino di Avellaneda, approdò in Italia nel ’28, dopo essersi messo in mostra durante durante il Torneo olimpico di Amsterdam in cui l’Argentina venne sconfitta in finale dal fortissimo Uruguay che due anni dopo si sarebbe laureato campione del mondo a Montevideo, battendo nella prima finale mondiale ancora l’Argentina per  4 a 2.
Era talmente bravo “Mumo” Orsi che il regime fascista lo nazionalizzò rapidamente per potersi avvalere della sua classe e la famiglia Agnelli fu disposta a corrispondergli uno stipendio di oltre 8.000 lire al mese, in un’epoca nella quale una delle canzoni più diffuse recitava: “Se potessi avere mille lire al mese…”.
Se ne tornò in Sudamerica nel ’35 per spigolare gli ultimi scampoli di gloria di una carriera felice e ricca di successi e, come detto, ci ha lasciato esattamente trent’anni fa, consegnando all’eternità quella sua corsa nel vento, la sua messe di gol, il suo coraggio, il suo dinamismo, la sua grinta e una storia oggi irripetibile che profuma di favola, di sogno, di leggenda, di quell’antichità che induce a riflettere e a coltivare l’illusione, chiudendo gli occhi, di poter inseguire quel furetto, ben sapendo che nemmeno il destino è riuscito ad afferrarlo.

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