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ROMA – Il Friuli ricorda. Quarant’anni dall’Orcolat (una figura ricorrente soprattutto nei racconti della tradizione popolare, divenuta sinonimo del sisma), il drammatico terremoto che il 6 maggio del ’76 squassò le provincie di Udine e Pordenone, causando quasi mille morti, più di centomila sfollati e la distruzione di interi comuni, gettando nella disperazione una terra aspra e difficile, da sempre abituata al sudore e alla fatica.

“Dov’era e com’era” fu il motto di quella ricostruzione effettuata a tempo di record: l’emblema di un popolo coraggioso che si rimboccò le maniche e si mise al lavoro fin da subito, tornando alla normalità nell’arco di pochi anni e sconfiggendo la barbarie di una scossa di terremoto di 6,4 gradi della Scala Richter che aveva distrutto vite, ricordi, speranze, prospettive ma non la tenacia di gente abituata a farcela da sola, con le proprie forze e la propria dedizione al lavoro.

Come detto, si risollevarono senza chiedere nulla a nessuno, aiutati in questo da un politico d’altri tempi come Giuseppe Zamberletti, il quale non solo non rubò un centesimo ma coordinò i lavori insieme agli amministratori locali, facendo sì che la ricostruzione avvenisse senza sperpero di denaro e consentendo alle popolazioni colpite dal sisma di tornare a vivere nella propria terra in un lasso tempo relativamente breve.

“Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese” fu la celebre frase del presidente del Friuli-Venezia Giulia, Antonio Comelli, il quale rivolse quest’incitamento a una terra operaia che lo assecondò, non perdendosi d’animo e lottando con vigore affinché tutto tornasse com’era prima, fino a riuscire nell’impresa ben descritta, nell’aprile del ’98 sul “Corriere della Sera”, da Luigi Offeddu (inviato a Gemona per raccontare come stesse la città in seguito a una nuova, lieve scossa sismica): “Gruppi di turisti fotografano il Duomo e passeggiano sotto i portici di via Bini. Duomo e portici che sembrano così com’erano prima del 6 maggio 1976, ma che invece l’Orcolat aveva frantumato, e che la gente ha ricostruito pezzo per pezzo secondo il procedimento chiamato anastilosi: raccogliere ogni pietra, numerarla, ricollocarla al suo posto. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero. Ma quel numero, insieme a uno spezzone della chiesa della Madonna delle Grazie, è l’unica traccia che ricordi il passaggio dell’orco”.

Un dolore sottile e silenzioso, dunque, sobrio, sopportato con pazienza ed umiltà: caratteristiche tipiche di chi sa vivere con poco, essendo abituato al niente, e ha in sé una forza morale e una voglia di riscatto senza confini. 

Un incubo che avrebbe messo in ginocchio chiunque ispirò, al contrario, ai friulani uno spirito di gruppo, una passione civile e un senso di comunità davvero ammirevoli; fece sbocciare in loro sentimenti di collaborazione e una sincera gioia di stare insieme che resero possibile un miracolo mai più ripetutosi nella storia del nostro Paese. 

E l’“orco” ha smesso di agitarsi, la terra si è calmata, il Friuli è oggi una delle regioni più ricche d’Italia, capace di resistere dignitosamente persino alla crisi più grave dal dopoguerra, e la sua gente non ha perso quella coesione, quel senso di unità, quello spirito di servizio, quell’abnegazione e quella capacità di fare fronte comune e dare il meglio di sé nei momenti più drammatici che ha fatto la sua fortuna ed è diventata il suo orgoglio.

Quarant’anni, un cammino e la memoria che riaffiora e non si perde mai nell’oblio, levigata e addolcita dallo scorrere dei fiumi di quella terra di frontiera ma comunque viva, intensa, profonda come una ruga che segna l’anima e scava senza sosta, temprando il carattere di una regione abituata a soffrire, a rinascere, a non arrendersi mai al destino e a non smettere di credere in se stessa e nelle proprie possibilità.

 

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